E se davvero arrivasse Facecoin?

Facebook sta pensando ad una nuova cryptovaluta per effettuare pagamenti tramite Whatsapp. Cosa succederà se riesce?

Facebook è da tempo alla ricerca di una nuova identità. Il social network più famoso al mondo ha perso contatto con la sua community, schiavo delle sue scelte in tema di privacy e di gestione dei dati, Facebook sta affrontando una crisi costante che sta allontanando tanti utenti e soprattutto non attrae più le nuove generazioni.

In questa crisi mistica, sembra che Facebook stia studiando nuove opportunità sfruttando il potenziale della blockchain ed in particolare creando una nuova crypto che verrebbe utilizzata attraverso Whatsapp per effettuare pagamenti: FaceCoin.

FaceCoin dovrebbe essere una stablecoin, ovvero una cryptovaluta legata al valore di un’altra moneta, idealmente fiat, come il dollaro o l’euro o, come si pensa, ad un insieme di varie valute.

Perchè quindi una stablecoin? Principalmente per evitare le fluttuazioni del prezzo e mantenere la stabilità della propria valuta, proprio come funziona per alcuni paesi emergenti la cui valuta non è sufficientemente stabile e così si legano ad altre valute più forti.

Ma per Facebook, certamente, questo passo significa molto di più che una semplice, nuova, cryptovaluta. Immaginiamo quindi che FaceCoin diventi realtà, cosa dobbiamo aspettarci?

Whatsapp è una realtà con oltre due miliardi di utenti in tutto il mondo, che facilita milioni di conversazioni tutti i giorni, la cui sicurezza è più volte stata messa alla prova, ma mai perforata. Quello che possiamo immaginare è quindi l’utilizzo di FaceCoin come forma di pagamento con la quale tutti questi utenti che quotidianamente si scambiano messaggi, da un giorno all’altro si troverebbero un’applicazione con la quale pagare e scambiare denaro, in tempo reale e con la sicurezza e trasparenza di una blockchain sviluppata da Facebook. Certamente un bel passo avanti, ma, quanti sarebbero disposti ad accettare pagamenti nella vita reale? Siamo sicuri che il paninaro accetterà FaceCoin invece che euro?

Io non credo, come non credo che Bitcoin riuscirà in questo intento (perlomeno non nel breve periodo). D’altronde anche Facebook ci ha provato già alcune volte ad entrare nel mondo dei pagamenti, con scarsi risultati, come il progetto di Messenger Payments che prometteva di poter effettuare pagamenti p2p direttamente dal proprio account.

In realtà quello dei pagamenti è un settore molto efficiente, con i circuiti di carte di credito che muovono milioni di transazioni al secondo, le valute di corso legale che sono accettate incondizionatamente nelle compravendite ed anche le applicazioni specializzate in pagamenti digitali. Insomma, c’è poco da inventare.

La verità è che invece FaceCoin potrebbe diventare una grande alternativa ai sistemi di trasferimento di valuta e permettere a miliardi di persone di scambiarsi una valuta, potenzialmente, più stabile della propria perché legata alle principali valute internazionali e quindi di combattere anche l’inflazione.

In questo modo Facebook entrerebbe pesantemente nel sistema finanziario e non dalla porta secondaria, ma direttamente da quella principale, ovvero entrando nella politica monetaria dei paesi. L’influenza che genererebbe, con un potenziale di utenti così ampio dal primo giorno, porterebbe a delle evoluzioni difficili da prevedere.

Matteo Masserdotti

Let me give you a TIP: I’m a sure medium of exchange

Anche all’interno del MISE la “blockchain” viene additata dai più come possibile soluzione per la diffusione di pagamenti elettronici, ma nessuno sembra in grado di tracciarne i reali vantaggi competitivi rispetto ad altre moderne infrastrutture già presenti sul mercato.

Cari lettori, munitevi di penna e calendario e cerchiate in rosso questa data: 21 gennaio 2019.

Sono passati solo otto giorni dalla tanto attesa riunione dei 30 “esperti blockchain” convocati dal Ministero dello Sviluppo Economico per identificare le possibili aree di applicazione della tecnologia più chiacchierata del momento. Un episodio destinato a restare nella memoria dei “millennials” per gli anni a venire, al pari della presentazione della teoria della relatività all’Accademia Prussiana delle Scienze del 25 novembre 1915, o della successiva Conferenza di Jalta.

Nelle segrete stanze del Ministero dello Sviluppo Economico, il Consiglio degli Esperti traccia le linee guida dello sviluppo tecnologico e finanziario del nostro Bel Paese, ma solo pochi hanno avuto il privilegio di assistere a questo evento topico. Da uno di essi, apprendiamo che vi è tra gli Esperti chi ritiene che “il settore che potrebbe avere più applicazioni è quello dei pagamenti e bitcoin”.

Il settore dei pagamenti elettronici potrebbe indubbiamente beneficiare dell’adozione su larga scala di un sistema DLT che consenta l’ordinazione di bonifici istantanei attraverso telefono, e-mail, via Internet, in totale sicurezza, e a costi irrisori se non pari a zero; ma a ben vedere non si tratterebbe di una scoperta rivoluzionaria.

Già il 21 giugno 2017 il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea aveva infatti varato il progetto TIPS (acronimo di “Target Instant Payment Settlement”), e da ormai qualche mese è attiva in tutta Europa una nuova piattaforma per il regolamento di pagamenti fino a un limite di quindicimila Euro per transazione — in tempo reale, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, e in moneta della banca centrale; essendo integrato con il sistema TARGET2, TIPS assicura inoltre la raggiungibilità di cui peccano le soluzioni nazionali, che rischiano invece di introdurre inefficienze per l’assenza di masse critiche di pagamenti della stessa specie.

TIPS è inoltre in grado di regolare una media di 500 pagamenti al secondo, ciascuno dei quali viene processato individualmente e reso successivamente irrevocabile, con conseguente riduzione dei rischi di frode. Poiché il regolamento avviene a valere su riserve frazionarie depositate da ciascun istituto di credito presso la BCE, anche i rischi finanziari sono contenuti, e questo permette un abbattimento dei costi finali per l’utente, che almeno per i primi due anni di funzionamento sarà di soli 2 millesimi di euro (i.e. 0.2 centesimi) per transazione. Un importo decisamente inferiore anche se rapportato ai tanto decantati 10 centesimi richiesti (in media) dai “miner” per iscrivere una transazione nel codice Bitcoin entro i successivi 10 minuti.

Basta questo semplice confronto per comprendere come, allo stato attuale, la rete Bitcoin sia già stata demolita dalla potenza di fuoco del sistema bancario europeo che con un colpo di spugna ha rimosso due dei principali vantaggi competitivi della blockchain più famosa dal 2008: riduzione dei costi di intermediazione e facilità d’uso dello strumento di pagamento.

E se anche si confermassero veritiere le voci di corridoio secondo cui Yves Mersch e compagnia avrebbero deciso di contrastare il sovversivo Bitcoin ricorrendo, loro stessi, alla blockchain “Ripple”, la scelta audace del Comitato Esecutivo della Banca Centrale sarebbe da applaudire, perché lascerebbe aperta la possibilità di un’implementazione futura di “xCurrent”, “xVia” e “xRapid”, estensioni che hanno fatto la fortuna della società fondata da Chris Larsen.

Sorrido quando leggo di giovani rivoluzionari che sognano un mondo caratterizzato dall’assoluta “disintermediazione” e dalla messa al bando degli istituti di credito, come se questi ultimi operassero contro i loro stessi interessi. A chi sostiene che il Bitcoin potrebbe potenzialmente rimpiazzare le valute con corso legale vorrei domandare se ha mai studiato i principi di macroeconomia e, in caso di risposta affermativa, come intende affrontare l’eventuale fallimento di un “custodian wallet provider” o di una piattaforma di scambio. Se da un lato il sistema bancario tradizionale tutela infatti i titolari di conto corrente per una parte del valore depositato, dall’altro la blockchain non offre alcun tipo di garanzia istituzionale. Basti aggiungere il fenomeno dell’accaparramento, le continue oscillazioni di valore e l’esposizione a possibili attacchi hacker per avere la definitiva conferma del fatto che Bitcoin non potrà mai essere un mezzo di pagamento sicuro su cui il sistema economico possa fare affidamento per l’attività ordinaria.

Si badi, non è certamente mia intenzione ostracizzare i Bitcoin (chi scrive è detentore di ben due “soft wallet” e un “hard wallet”), bensì l’idea che l’evoluzione nel sistema dei pagamenti elettronici debba necessariamente passare per l’adozione di una criptovaluta e della relativa blockchain, come apparentemente sostenuto alla prima riunione del gruppo di esperti nominati dal MISE. Sarebbe stato certamente più corretto e meno ingenuo sostenere che il settore dei pagamenti potrebbe largamente beneficiare della DLT e della conseguente emissione, all’interno di un network più o meno esteso, di c.d. “stablecoin”, ossia di “token” che conservano le proprietà di riserva di valore e unità di conto in quanto aventi come collaterale una moneta legale.

Perché allora continuare a sponsorizzare la diffusione a livello sistemico di una criptovaluta?

L’arcano è presto svelato: come correttamente analizzato dall’European Banking Authority in un recente report destinato alla Commissione Europea, qualora tale token siano inquadrabili come “valori monetari memorizzati elettronicamente […] rappresentati da un credito nei confronti dell’emittente che sia emesso dietro ricevimento di fondi” — ed è precipuamente il caso degli stablecoin — gli stessi saranno soggetti alla normativa dettata dalle direttive EMD2 e PSD2 e, pertanto, potranno essere emessi solamente da istituti di moneta elettronica debitamente autorizzati dalle autorità competenti (sul punto, qui un articolo degli Avvocati Calvi e Prade sicuramente più esaustivo e attento). Ecco quindi che una tecnologia “populista” come la blockchain torna ad essere appannaggio degli osteggiati “poteri forti”.

In ultima analisi, vogliate permettermi un’ultima considerazione di stampo socio-politico: contrariamente a quanto si possa pensare, l’Italia, Paese con il maggior numero di Pos in Europa (sia in assoluto che per abitante), non ha bisogno di particolari infrastrutture tecnologiche per restare al passo dei vicini concorrenti. Per citare il professore Maurizio Pimpinella, Presidente dell’“Associazione Italiana Prestatori di Servizi di Pagamento A.P.S.P.”: “l’Italia è contemporaneamente un Paese ricco di risorse commerciali e tecniche e povero in termini di utilizzo di quelle risorse. E’ come avere una rete ferroviaria all’avanguardia con binari e stazioni con sofisticati automatismi, dove i convogli circolano però in misura assai ridotta rispetto alle potenzialità degli apparati, contribuendo a tenere alti i prezzi”.

La lezione che intende trasmetterci il professore con questa sapiente metafora è che a poco servono grandi innovazioni tecnologiche come i Bitcoin, o la blockchain, senza un’educazione finanziaria che “digitalizzi” anzitutto le menti dei consumatori e delle nuove generazioni, rafforzandone la conoscenza, e la fiducia, in materia di pagamenti elettronici. Se la percentuale delle transazioni effettuate a livello europeo mediante strumenti di pagamento digitali si attesta sul 35–36% del totale, all’interno dei nostri confini non andiamo oltre il 17–18%, e secondo un report di “The European House — Ambrosetti” di maggio 2018, solo lo 0.7% delle spese annue delle famiglie italiane viene effettuato attraverso dispositivi elettronici, app e internet. Certo, nel settore dei pagamenti la DLT verrebbe prima offerta, in fase di “testing”, alle grandi società e/o gruppi bancari, per poi essere adottata, in un secondo momento, dal mondo retail: ebbene, stando a un sondaggio commissionato dal “Global Blockchain Business Council”, che tramite la società di ricerca “PollRight” ha intervistato ben 71 investitori istituzionali, il 63% dei dirigenti d’azienda ha una scarsa comprensione della tecnologia blockchain. Che dire infine dello studio realizzato da “Oracle” e dall’ente internazionale “Association of International Certified Professional Accountants”, che ha coinvolto oltre 700 C.F.O. in tutto il mondo e che ha evidenziato che solo il 10% di essi ritiene che il proprio team abbia le competenze adeguate per raggiungere gli obiettivi di digitalizzazione?

Onestamente, sulla base di questi chiari, precisi e concordanti indizi, non credo che in Italia i tempi siano maturi per l’adozione su larga scala di una DLT nel settore dei pagamenti.

Lasciamo che la stessa sia valutata in sede preliminare in sandbox — strada intrapresa da alcuni dei Paesi più virtuosi in tema di “crypto-assets” — o in settori come la finanza strutturata, lontano dal piccolo consumatore-investitore che ancora non possiede, nella maggior parte dei casi, il bagaglio conoscitivo necessario per valutare la convenienza di queste innovative soluzioni Fintech.

Negli anni a venire ci aspetta un profondo lavoro culturale, ancor prima che tecnologico.

Mattia Valdinoci

Piattaforme P2P e banche possono coesistere?

Il Peer to Peer lending (spesso semplicemente abbreviato in P2P lending) nasce nel 2005 con Zopa nel Regno Unito, seguita l’anno successivo da Prosper e Lending Club negli Stati Uniti. In pochi anni, a causa della crisi finanziaria del 2008, che rende i prestiti da parte delle banche irraggiungibili per la fascia di clienti medio-bassa, questo modello finanziario alternativo dimostra di poter funzionare su larga scala. La costante crescita di questa nuova area di mercato raggiungerà un valore stimato di 150 miliardi di dollari entro il 2025 (PwC).

Per comprendere il funzionamento del modello finanziario del P2P Lending, diamo un’occhiata a Smartika, azienda fondata nel 2007 in Italia. Il business della società è basato su una piattaforma online che gestisce i flussi monetari tra prestatori (lenders) e richiedenti (borrowers). I borrowers possono inoltrare una richiesta di finanziamento (un prestito personale fino a 15.000 euro).

In base al merito creditizio del richiedente, sarà proposto un tasso di interesse che varia a seconda del rating assegnato e dell’offerta disponibile. I lenders, invece, investono il proprio capitale scegliendo tra le diverse categorie di rischio. Per ottenere una elevata diversificazione del rischio, la piattaforma suddivide la somma investita dagli stessi allocando piccole quote di capitale su diversi borrowers. Nell’Agosto del 2018, i lenders sulla piattaforma di Smartika erano oltre 6400 e dal 2008 sono stati erogati più di 5400 prestiti, per un totale di circa 30 milioni di euro.

Le rigide regolamentazioni e l’attaccamento al passato dei maggiori istituti bancari, hanno ritardato l’ingresso degli stessi in questo settore di mercato. Eppure, creare una collaborazione con una piattaforma di lending consentirebbe alle banche di offrire servizi a basso prezzo ad una fascia di clienti che prima non poteva essere soddisfatta. Il possibile acquisto o collaborazione sembra un’opzione attraente per le istituzioni bancarie. Le stesse piattaforme di lending sarebbero avvantaggiate grazie alla possibilità di servire nuovi clienti ed utilizzare le conoscenze sulla gestione del rischio detenute dalle banche. In uno scenario ideale, un individuo, il cui merito creditizio non soddisfa i requisiti delle banche, sarà reindirizzato alla piattaforma che ne prende cura.

Il P2P lending viene generalmente associato a startup che intendono innovare il panorama del mondo finanziario. Nonostante queste iniziative possano essere mal viste dagli istituti bancari, in quanto tali startup si presentano come potenziali sostituti degli stessi, si sta attualmente verificando un’intersezione tra le due parti. In particolare, le banche stanno investendo in due modi diversi in queste iniziative.

La prima tipologia di investimento consiste nell’acquistare blocchi di prestiti provenienti dalle piattaforme di lending. In questo modo, le banche supportano attivamente la startup presentandosi come un lender dal portafoglio molto profondo.

La seconda modalità, consiste in una vera e propria alleanza tra le due parti in gioco. Un esempio di questo fenomeno sono Santander e Funding Cirlce, JP Morgan Chase e OnDeck Capital e Auxmoney con SWK Bank solo per nominarne alcune. Ritornando sul caso italiano, invece, il Gruppo Sella ha recentemente acquistato l’85% di Smartika, inglobandola nella società.

Un’eccezione é rappresentata da Goldman Sachs, la cui Board ha deciso nel 2015 di creare uno spin-off interno, Marcus, una piattaforma online dedicata al P2P lending.

Marcus viene definita dal CEO di Goldman Sachs Marti Chavez come una startup con 149 anni di esperienza. Grazie alla conoscenza tecnica detenuta da Goldman Sachs, e alla facilità nell’utilizzo della piattaforma, Marcus ha erogato 2 miliardi di dollari di prestiti in meno di due anni dalla nascita. In aggiunta, la cifra stimata per i prossimi tre anni si aggira intorno ai 13 miliardi secondo il CEO Chavez. Il servizio, inizialmente disponibile solo negli Stati Uniti, é ora arrivato anche in Europa. Infatti, alla fine di Settembre del 2018, Goldman Sachs ha ufficializzato l’apertura della piattaforma nel Regno Unito dopo lo strabiliante successo in casa.

Perché Marcus?

No fees. Ever.

Goldman Sachs ha supportato la crescita di Marcus con una campagna di marketing focalizzata sulla trasparenza del servizio. Come chiaramente evidenziato nella tabella sulla sinistra, le piattaforme in competizione con Marcus comportano un esborso di denaro significativamente maggiore, in termini di interesse, per coloro che richiedono un prestito.

Branding

Con alle spalle un colosso come Goldman Sachs, Marcus é sinonimo di sicurezza e affidabilità. Infatti, le disponibilità economiche di Goldman Sachs e il successo a livello globale della stessa mettono Marcus in una posizione favorevole nel ring della competizione.

In conclusione, considerata la crescita esponenziale del capitale erogato da Marcus, la scommessa di Goldman Sachs può essere considerata vincente.

A questo punto, come reagiranno gli altri istituti bancari? Assisteremo alla creazione di altre piattaforme di P2P lending?

Edoardo Lanzini

Finanza 4.0: tra Innovazione e Regolamentazione

Mi occupo di finanza strutturata e di operazioni di cartolarizzazione da più di dieci anni. Fortunatamente ho iniziato ad operare in questo settore quando la cartolarizzazione non era più una “start up” del diritto ma un prodotto che (tra alti e bassi) era già conosciuto tra gli operatori di mercato. Infatti, l’istituto giuridico “cartolarizzazione” è stato introdotto più di diciotto anni fa nel panorama legislativo italiano (mediante la legge n.130 del 1999), ma i pionieri della materia — già prima del 1999 — avevano iniziato a “sperimentare” tale tipologia di operazioni in Italia. Ai tempi, si trattativa, quindi, di una vera e propria operazione di “ingegneria finanziaria” una novità assoluta per il panorama italiano: pertanto i soggetti coinvolti in tali operazioni hanno dovuto affrontare e risolvere numerose e complesse problematiche. Solo per citarne alcune:

(1) l’assenza di un panorama legislativo nazionale di riferimento;

(2) l’organizzazione dell’operazione e la ripartizione delle competenze all’interno della stessa;

(3) l’intreccio di diverse discipline/punti di vista (economico, giuridico, finanziario, di business) da contemperare e calmierare in modo da creare una sintesi quasi perfetta.

Dare una risposta a tutti questi ha richiesto agli operatori che avevano raccolto la sfida un lavoro di approfondimento ed aggiornamento costante e la necessità di assumere un approccio “multi-disciplinare” anche indossando “diversi cappelli” (quello del legale, quello del contabile, quello dello strutturatore, quello del business) — e per-di-più non solo una alla volta (ma anche più di uno contemporaneamente!!!) per cercare di trovare modelli funzionanti che premettessero di far funzionare la “cartolarizzazione” nel contesto giuridico/economico italiano.

Per far questo si è partiti da un elemento fondamentale: la “Regolamentazione”. Oggi parlare di regolamentazione non è molto di moda, anzi questo termine è stato più volte accantonato preferendo il suo antitetico “De-regolamentazione”. In realtà, l’esperienza ci ha insegnato che la strada vincente è quella del giusto equilibrio tra i due “termini”:

(1) se da un lato una regolamentazione eccessiva, non organica e non sistematica determina la c.d. “burocratizzazione” ingessando i processi produttivi e determinando l’incertezza giuridica (e purtroppo noi legali conosciamo bene questo problema); dall’altro

(2) l’assenza totale di norme e regolamentazione, il c.d. “far-west normativo” determina lo stesso effetto di incertezza e di difficoltà nell’attuazione compiuta e di successo di nuovi processi.

Tornando alla cartolarizzazione, prima del ’99 (in assenza di regolamentazione in Italia) gli operatori hanno attinto (e “rubato”) dalle esperienze anglosassoni e di common law per importare in Italia un modello funzionante di operazioni e poi hanno spinto per avere una legge in Italia (la legge n.130 del 1999) che regolamentasse, in maniera compiuta ed intelligente, le operazioni di cartolarizzazione. Tale legge (composta di pochi Articoli) rappresenta un’eccellenza nel panorama legislativo italiano tant’è che la cartolarizzazione, oggi, è uno strumento di successo utilizzato in svariate tipologie di operazioni finanziarie (e.g. dismissioni di distressed asset/ ristrutturazioni aziendali/funding etc.).

Naturalmente dal 1999 ad oggi, il mercato delle cartolarizzazioni si è “evoluto” migliorando-si e completando-si attingendo dalle varie opportunità e situazioni che un mercato molto fluido come quello finanziario poteva offrire. Per cui se le prime emissioni avvenivano mediante titoli cartacei, oggi i titoli, nella stragrande maggioranza dei casi, sono de-materializzati (cosa che permette un più agevole trasferimento degli stessi nonché un processo di funding e pagamento più efficiente). Oppure se all’inizio il flusso informativo nel contesto dell’operazione (reportistica periodica/informativa alle parti) era più farraginoso e complesso, oggi tramite internet/PEC/firma digitale il flusso informativo è rapido e anche di facile tracciabilità.

Inoltre, l’evoluzione non ha riguardato solo il modo di offrire il prodotto “cartolarizzazione” (quindi in termini più efficienti ed efficaci) ma ha portato un evoluzione anche del sistema finanziario italiano: facendo nascere nuovi operatori capaci di offrire nuovi servizi (oggi leader sul mercato), facendo nascere sinergie di successo tra nuovi operatori e operatori tradizionali e, infine, “costringendo” gli operatori tradizionali ad offrire nuovi prodotti e servizi.

Questa breve digressione sul mondo della finanza strutturata e delle cartolarizzazioni per sottolineare come oggi all’alba della 4 rivoluzione digitale, la “storia si ripete”: siamo davanti ad un evoluzione tech-nologica e finanziaria senza precedenti. Leggiamo, quotidianamente di blockchain, crowfunding ed alternative lending, smart-contract, ICO come elementi “disruptive” (di rottura, rivoluzionari rispetto allo stato attuale delle cose), in realtà proprio rifacendoci alla storia delle cartolarizzazioni, le opportunità “tech” che sono messe oggi a disposizione della finanza devono essere viste come opportunità di “evoluzione”:

(1) evoluzione per i servizi ed i prodotti finanziari “esistenti”: ad esempio pensiamo a tutti i vantaggi che la block-chain potrebbe portare nel contesto di emissioni di asset-backed-securities o di bond — non distruggendo quanto fatto finora ma apportando dei benefici in termini di efficienza ed efficacia e di cost saving nelle operazioni stesse;

(2) evoluzione del mercato: con l’introduzione di nuovi servizi e nuove opportunità e con la creazione di sinergie tra nuovi e vecchi operatori; ed

(3) evoluzione degli operatori esistenti: oggi non a caso parliamo di Banca 4.0 (banca capace di adattare le nuove tech-nologie al proprio processo di business).

Ma come evidenziato in precedenza, l’“evoluzione” tech-nologica non può non andare a “braccetto” con una regolamentazione equilibrata, sistemica e capace di sintetizzare le diverse esigenze in “gioco” in tale processo innovativo (mercato/business/economiche) in modo da creare una cornice normativa snella, efficace e che sia capace di tutelare in maniera equilibrata il mercato e gli operatori che in esso operarono (fornitori e clienti).

Salvatore Graziadei

La PSD2, le Banche e il paradigma dell’impresa 4.0

La rapidissima evoluzione digitale di cui siamo testimoni “attivi” negli ultimi anni rappresenta un vero e proprio nuovo “big bang” che sta ri-disegnando (o forse sconvolgendo!) in maniera repentina le nostre abitudini, il nostro modo di pensare e di approcciarsi al quotidiano (chi di noi solo pochi anni fa avrebbe potuto immaginare di ordinare il pranzo con un semplice “clic” sullo smartphone — o di fare shopping muniti di solo smartphone e senza contanti o carta di credito).

Il prepotente avvento del “tech” nel quotidiano ha quindi imposto a tutti gli operatori economici la necessità di ri-pensare il proprio modo di fare impresa e di ri-modellare il proprio modo di fare business non solo adattandolo alle evoluzioni digitali, ma soprattutto “sfruttando” al meglio l’evoluzione “tech” per ottenere una migliore collocazione sul mercato rispetto ai propri “competitors” o per “entrare in” (ed esplorare) segmenti produttivi tradizionalmente campo di “elezione” di poche imprese “elette”. Tant’è che la sfida che devono affrontare le imprese all’alba della quarta rivoluzione industriale (le cosiddette “imprese 4.0”) è quella di innovarsi — con visione e progettualità — utilizzando in maniera efficiente ed efficace le opportunità del mondo “tech” per offrire prodotti innovativi, rapidi e di facile fruizione per la clientela.

Il “mondo tech” è infatti in grado di fornire nuovi strumenti alle imprese, si pensi, solo per citare alcuni esempi, alle inter-connessioni tra sistemi fisici e digitali, all’uso delle macchine intelligenti interconnesse e collegate ad internet, all’utilizzo dei c.d. “Big Data”; le imprese oggi possono, quindi, intraprendere diverse strade al fine di avvicinarsi al paradigma dell’impresa 4.0: molto probabilmente risulteranno vincenti le imprese capaci di trovare la giusta combinazione fra le diverse opportunità “tech” in modo da proporre nuovi modelli di business o di ri-proporre il proprio modello di business in chiave “tech”.

Tra Belle Addormentate ed Attaccanti 4.0

Lo studio realizzato da Digital360 con la collaborazione di IBM intitolato “Industria 4.0 in Italia: Vision — Execution e Progettualità” rappresenta una cartina al tornasole dell’evoluzione di alcune imprese italiane (medio-grandi e soprattutto nell’ambito manifatturiero) rispetto al paradigma dell’industria 4.0. Il report classifica le imprese oggetto di studio in diversi “cluster”: (i) gli “Attaccanti 4.0” ovvero imprese capaci di coniugare visione e capacità esecutiva; (ii) le “Belle Addormentate” ovvero le imprese “al palo”, bloccate dalla mancanza di visione e di piani operativi innovativi; (iii) i “Teorici” ovvero imprese con buona conoscenza “tech” ma con poca (o nessuna) voglia di innovarsi; (iv) i “Praticoni” aziende che innovano ma senza visione e senza progettualità; ed infine (v) le imprese “in cammino” che stanno adottando o sperimentando l’adozione di tecnologie 4.0. I risultati forniscono un panorama italiano perfettamente spaccato a metà: il 50% del campione delle imprese intervistate è protesa verso l’innovazione (tale campione è così suddiviso: “Attaccanti 4.0” (20%), imprese “in cammino” (15%) e “Praticoni” (15%)); mentre il restante 50% del campione delle imprese intervistate presenta ancora una forte chiusura nei confronti del mondo tecnologico o una scarsa propensione verso l’innovazione (in particolare tale campione si compone per il 21% di “Belle Addormentate” e per il 29% di “Teorici”).

Ma quali sarebbero stati i risultati se il report avesse avuto ad oggetto le banche italiane ed il loro rapporto con la tecnologia e la propensione delle stesse ad abbracciare il paradigma delle imprese 4.0? Pur non avendo una risposta, quello che è certo è che l’evoluzione “tech” ma anche il nuovo quadro normativo che si sta prospettando in tema di regolamentazione bancaria non permette alle banche di fare sogni tranquilli come la “Bella Addormentata”, né tanto meno di approcciarsi al mondo “tech” in maniera solo “Teorica.

PSD2: tra evoluzione e rivoluzione

Tra i nuovi scenari normativi non possiamo non annoverare la direttiva sui servizi di pagamento (la meglio nota “PSD2”), un provvedimento che rimodella completamente lo il mercato europeo dei pagamenti proponendosi quale sparti-acque con il passato e con il modo “tradizionale” di fare banca, favorendo lo sviluppo di un nuovo panorama competitivo pervaso da nuove regole e nuove logiche che inevitabilmente permettono a nuovi attori di “partecipare alla competizione” (pensiamo ad Amazon — Alibaba — Google — Facebook). La PSD2 è quindi destinata a cambiare sia il modo di intendere e gestire i pagamenti, ovvero uno dei momenti “topici” del nostro quotidiano, sia il “modo di fare banca”, sia da parte degli operatori tradizionali bancari, che da parte di soggetti che non avremmo mai pensato di poter considerare quali prestatori di “servizi di tipo bancario” non escludendo, a priori, la possibilità di interazioni e sinergie tra i “nuovi arrivati” e gli operatori tradizionali. La PSD2, quindi, non dovrebbe esser vissuta dagli operatori bancari come uno “sterile complesso di norme” a cui semplicemente adeguarsi ma, al contrario, dovrebbe esser vissuta come una serie di disposizioni innovative tese a ri-modellare e a stravolgere il modo di fornire il servizio di gestione dei pagamenti. Emblematiche in tal senso sono le parole di Marco Bragadin, CEO di ING Italia che in tema di PSD2 ha affermato: “L’avvento nel settore dei servizi finanziari di colossi del Tech come Amazon, Apple Facebook, Google e Alibaba è certamente un fattore di cui il settore bancario deve tener conto per non mettere a rischio la sua sopravvivenza”, pertanto è “fondamentale che le banche investano in modalità sempre più innovative per l’erogazione di servizi di pagamento e di credito”.

La PSD2 la Banca 4.0 ed il consumatore finale

Cosa vuol dire quindi “fare banca” all’alba della quarta rivoluzione “industriale” del mondo bancario? Cosa deve offrire ai propri clienti la Banca 4.0? Quali sono i “must to have” nell’era dell’Open Banking? Sono questi gli interrogativi a cui dovranno trovare risposta le banche nei prossimi tempi. Sicuramente la riflessione dovrà partire da un punto fermo, e vale a dire il “cliente” e la facilità di fruizione dello stesso del servizio proposto (servizio che deve essere più aperto, più accessibile, più facile ma nel contempo sicuro). Pertanto la transazione di pagamento oggi non può più essere trattata come una semplice azione per veicolare fondi da un soggetto A (compratore) ad un soggetto B (venditore), ma deve esser trattata come una transazione “multi-utility” a cui poter associare ulteriori prestazioni di servizi (per fare qualche esempio, programmi fedeltà, promozioni in tempo reale, gestione di gift card ed e-wallet). L’affermazione del prodotto bancario, quindi, non è più legata alla semplice fruizione dello stesso ma è sempre più direttamente legata alla “user experience” del cliente rispetto al servizio offerto. Tradotto in parole semplici: il cliente deve poter accedere al servizio mediante un software facile da usare ed allo stesso tempo sicuro ed affidabile — Imprese 4.0 benvenute nell’“Application Economy”!

Cosa bolle in pentola?

Navigando nel web è possibile trovare alcune applicazioni pratiche dell’evoluzione del modo di fare banca e di concepire i sistemi di pagamento. Proviamo a fare qualche esempio:

1- “Letspay” sbarca in Italia con Unipol. Si tratta di una carta di credito da tenere “al polso” come fosse un semplice orologio. In pratica una carta di debito simile alle SIM degli smartphone da inserire in un apposito braccialetto e che permette di pagare il conto avvicinando il dispositivo al POS. Questo vuol dire liberarsi del portafogli e muoversi in libertà e senza pensieri in moltissime occasioni: in spiaggia, durante il jogging nel parco o ad un festival musicale).

2- ABI LAB per l’innovazione nei servizi bancari ha premiato il Progetto “Pagamento F24 semplificato tramite mobile con scansione del documento” presentato da Banca Mediolanum. Progetto che dimostra che è necessario andare oltre alle semplice app per il mobile banking: i clienti, oggi, ri-chiedono uno step in più e vale a dire che i servizi (anche quelli più complessi) siano (fisicamente) a “portata di fotocamera”. Banca Mediolanum permette ai propri clienti di pagare il modello F24 per le imposte via smartphone: basta inquadrare il modello con la fotocamera e scattare una foto — semplice come fare un selfie!

3- Creval ha ideato l’“App Bancaperta” che è una app capace di trasformare gli smart-watch in micro-sportelli bancari “da indossare” e che permette al cliente di effettuare alcune operazioni come bonifici, invio di piccole somme di danaro e ricarica del cellulare.

Questi sono alcuni esempi di digitalizzazione bancaria e di pre-disposizione di servizi user-friendly che mettono al centro la user experience del proprio cliente. In ogni caso il raggiungimento di un modello di business bancario chiaro, semplice e diretto improntato al paradigma dell’impresa 4.0 passa necessariamente da valutazioni complesse che richiedono il coinvolgimento ed il vaglio di diverse “anime” e competenze (commerciali, legali, ingegneristiche, etc.) e soprattutto richiede la predisposizione di filtri e presidi che permettano di garantire la “sicurezza” (non solo tecnologica ma anche e soprattutto “giuridica”) del prodotto e dei dati utilizzati per offrire quel prodotto. (Sul tema vi invito anche a leggere l’articolo di Licia qui).

Salvatore Graziadei

PSD2 e open banking: no, non è tutto libero

Dallo scorso 13 gennaio è in vigore il Decreto legislativo 218/2017 che ha recepito la seconda direttiva sui servizi di pagamento (PSD2) del 25 novembre 2015.

La direttiva PSD2 e la disciplina delle Interchange Fee (Regolamento UE 2015/751 del 29 aprile 2015) compongono, in maniera distinta ma complementare, ciò che viene definito “Pacchetto Pagamenti”.

La finalità è triplice: garanzia di maggiore sicurezza (inclusa la sicurezza informatica) dei pagamenti elettronici, armonizzazione e rafforzamento delle procedure di autenticazione e creazione di un mercato unico integrato dei servizi di pagamento.

Con l’intento di colmare un vuoto normativo, la PSD2 ha così aperto la strada al cd. open banking, rendendo l’accesso ai dati dei conti correnti gestiti dagli istituti bancari certamente più semplice per i nuovi operatori di mercato (Third Party Payment Services Provider o TPP).

Sono due, in particolare, le tipologie di TPP:

a. PISP (Payment Initiation Service Provider o, nella versione italiana, “prestatore di servizi di disposizione di ordine di pagamento”): si frappongono tra il pagatore e il suo conto corrente online e danno impulso al pagamento a favore di un terzo beneficiario. Il pagatore può quindi disporre un pagamento online, mediante addebito diretto sul proprio conto corrente (senza, pertanto, doversi appoggiare, in ipotesi, a gestori di carte di credito);

b. AISP (Account Information Service Provider o “prestatore di servizi di informazione sui conti”): consente agli utenti di collegarsi a più conti bancari loro intestati per recuperare informazioni di cui l’utente necessita per diverse ragioni. Ad esempio, gli utenti potranno ricorrere agli AISP per avere una visione d’insieme e immediata della propria situazione finanziaria, analizzare le proprie abitudini di spesa, pianificare le esigenze finanziarie future in modo facile e immediato.

Ecco allora che la tecnologia sottostante a qualsiasi tipo di servizio digitale riveste un ruolo cruciale: si pensi ai software alla base di piattaforme digitali informatiche o a potenziali brevetti a tutela di determinate tecnologie innovative e sofisticate che, per definizione, costituiscono monopolio esclusivo del titolare.

Ma non si stava parlando di open banking?

Chiariamolo subito: open banking non significa tana libera tutti

Le banche dovranno semplicemente (…) mettere a disposizione dei PISP e degli AISP le interfacce per consentirne l’autenticazione (eventualmente anche attraverso certificati qualificati ai sensi del Regolamento eIDAS n. 910/2014) e permettere di comunicare in maniera sicura con il sistema informatico bancario. Ciò al fine di fornire i servizi di informazione sui conti o di consentire all’utente di disporre operazioni di pagamento.

Come avviene?

L’EBA (European Banking Authority) ha l’incarico di elaborare gli standard tecnici (RTS — Regulatory Technical Standards) per individuare ed assicurare le modalità di effettiva implementazione dei dettami della PSD2.

Attenzione però: non è (almeno per ora) uno standard effettivo. Al momento si tratta di requisiti minimi di compliance.

Per fare un esempio, gli RTS sulla Strong Customer Authentication and common and secure communication dispongono che il prestatore di servizi di pagamento di radicamento del conto (i.e. le banche) debba, come si è detto, consentire ai TPP di autenticarsi e consentire le operazioni richieste ai sensi della PSD2.

MA le RTS non identificano con precisione le caratteristiche tecniche dell’interfaccia. Esse si limitano a fornire una serie di requisiti “minimi” che l’interfaccia deve possedere ai fini della compliance.

Una volta adeguatosi ai requisiti tecnici minimi prescritti dalla PSD2, ciascun istituto bancario sarà chiamato a compiere una scelta strategica molto precisa in materia di Information Technology (e proprietà intellettuale): potrà abbracciare in pieno la filosofia dell’open banking, aprendo i propri sistemi ai player del mercato anche oltre i requisiti minimi (e ponendosi, pertanto in un’ottica collaborativa con i TPP); oppure potrà adottare una filosofia difensiva, limitandosi alla compliance normativa e concentrandosi su sistemi IT chiusi e proprietari (con una posizione competitiva con i TPP); o, ancora, potrà adottare un approccio mediato, situandosi in qualsiasi punto tra questi due estremi.

Qualunque sia il modello adottato da ciascun istituto bancario, la corretta contrattualizzazione del rapporto tra banca e TPP sarà di fondamentale importanza.

Licia Garotti