Investire nel futuro

L’investimento in megatrend è di moda.

Sempre più prodotti specializzati stanno cercando di cogliere l’onda degli ultimi cambiamenti economici e sociologici come il boom tecnologico e la quarta rivoluzione industriale, l’invecchiamento della popolazione o la maggiore consapevolezza delle questioni ambientali.

Il cambiamento è l’unico costante nel nostro mondo.

I megatrend sono profondi cambiamenti nelle condizioni economiche o sociali che si verificano a lungo termine.

L’ultima azienda a cavalcare questo trend è Natixis Investment Managers. La società di gestione di fondi francesce ha presentato la scorsa settimana Thematics Asset Management, una impresa che investe in fondi tematici come la sicurezza, l’intelligenza artificiale, la robotica e gestione delle risorse idriche.

“I megatrend sono opportunità che debbono essere prese in considerazione anche dal punto di vista degli investimenti. È in atto un grande processo di innovazione che durerà diversi anni e che consente agli investitori di poter cominciare a costruire un po’ di futuro”, come ha spiegato Antonio Bottillo, Managing Director e Country Manager per l’Italia di Natixis Investment Managers.

La selezione dei megatrend che stanno arrivando (o che sono già qui) è vitale per la redditività di qualsiasi portafoglio. Tuttavia, è conveniente guardare con attenzione alle diverse opzioni a disposizione sul mercato finanziario sempre più affollato da prodotti tematici. La prima cosa che dovrebbe essere presa in considerazione è che l’investimento nei megatrend non significa scommettere sulle mode del momento.

I megatrend di solito sono quelli che hanno la capacità di influenzare la vita delle persone. In questo senso, le strategie di investimento rivolte alle imprese che hanno come obiettivo quello di preservare la Terra e le risorse naturali sono sempre più importanti.

Le nuove generazioni mostrano preferenze e opinioni diverse rispetto ai loro genitori, sopratutto in temi legati alla protezione ambientale. Andy Wild, head of commercial banking in Europa di HSBC,  ha identificato diverse tendenze che determineranno quali imprese saranno le preferite dai millennials. Secondo l’esperto della banca inglese, i millennials preferiscono spendere i loro soldi in esperienze, piuttosto che in cose materiali.

La catena di ristoranti Dans Le Noir? Permette di vivere una esperienza fuori dal comune e che fa bene al cuore.

Esiste una opportunità per le imprese e i commercianti di trarre vantaggio dalla voglia di avventura dei giovani consumatori migliorando la loro offerta e declinandola sulla base di esperienze. Un altro cambio, favorito dalle giovani generazioni, è la preferenza dei millennials per i prodotti fabbricati localmente rispetto alle produzioni in serie. Un esempio di questo trend sono le birre artigianali, in Europa ci sono oltre 9.500 birrifici che creano 2,3 milioni di posti di lavoro lungo la loro catena di valore. In Italia, negli ultimi dieci anni, c’è stato un vero e proprio boom dei birrifici artigianali con un aumento del 330%, passando da poco più di 200 a oltre 860.

birrette

Le imprese che saranno in grado di personalizzare i loro prodotti e collaborare con i fornitori locali avranno maggiori possibilità di convincere i clienti millennial a comprare i loro prodotti e/o servizi.

Fabrizio Villani

 

Il modo migliore di predire il futuro è inventarlo

(Cit. Peter Ferdinand Drucker)

Il 29 ottobre ho preso parte ai Foodcommunity Awards, organizzati da Foodcommunity.it, testata giornalistica del Gruppo LC Publishing, e mi sono detta che avrei voluto davvero scrivere un pezzo su una manifestazione che, anche quest’anno, ha raggiunto il suo apice, premiando – davanti a 700 persone – le eccellenze del food and beverage che si sono contraddistinte per il business, per l’innovazione, per la diversificazione e, udite udite, anche per quella componente tech che oggi giorno è un ingrediente fondamentale per la riuscita di un buon piatto!

Mi riferisco in particolare alla catena italiana di Sushi “This is not a Sushi Bar” che è stata premiata come Miglior Concept di Ristorazione, avendo raddoppiato il fatturato, incrementato i punti vendita (con evidente aumento del personale impiegato) e avendo realizzato nell’ultimo anno 50.000 consegne.

Ma vi è di più. Incuriosita dal nome e dal premio mi sono documentata un po’ su di loro ed ho scoperto che This is not a Sushi Bar nasce da una digital company che si occupa di e-commerce, di web services e di software, insomma di tutto quello che in questo momento attira la mia attenzione e quella dei miei compagni di viaggio in Tech-Mood. La loro strategia di marketing prevede che tu possa “barattare” il tuo pranzo o la tua cena con i follower che hai sui social.

In sostanza il listino prevede vari sconti a seconda dei tuoi follower, e quindi: entri, ordini quello che vuoi, fai la foto alle tue portate, le posti sui social con il dovuto #thisisnotasushibar e speri che i tuoi follower siano in agguato. In ogni caso al momento del conto, a seconda del numero dei tuoi follower, hai diritto a una serie di benefits. Si parte da un piatto gratuito (se sei social ma non così tanto) e si termina con la cena offerta dal ristorante, se più che un individuo sei un/una “social beast”.

Non sono mancate feroci critiche sul web per la modalità di marketing, per il fatto che “le amicizie verrebbero mercificate e monetizzate per un piatto di sushi”, mah…… io trovo invece che l’idea sia assolutamente originale, e mi limito a ricordare che il fenomeno dei social, ci piaccia o no, ci vede tutti coinvolti.

Molti di noi hanno un profilo instagram, facebook e linkedin per citare i più comuni. Un mondo virtuale che si popola di giorno in giorno, di connessioni di amici (pochi), amici di amici, conoscenti, profili fake e individui alla ricerca di una vita che sognano di avere ma non hanno.

Possiamo scontrarci con questo fenomeno o prendere atto che la vita di tutti noi è profondamente cambiata, sono cambiate le strategie di marketing delle imprese; si stanno affacciando sul mercato nuovi mestieri, nuove professioni. Se 15 o anche solo 10 anni fa i vostri figli vi avessero detto “mamma, papà voglio fare il social media manager” avreste legittimamente pensato – con un brivido lungo la schiena – di vederlo vestito da Pacman a distribuire volantini (peraltro attività di assoluto rispetto che molti di noi hanno certamente provato da studenti) fuori da qualche grande magazzino. 15 anni dopo il social media manager è una professione come l’avvocato o l’architetto, così come l’influencer è vita per le aziende.

I brand di vari settori di mercato stanno investendo sensibilmente sul c.d. influencer marketing, dalle stime risulta che il 60% delle aziende interpellate dichiarano che i loro budget verranno incrementati per creare team dedicati alla gestione delle relazioni con gli influencer. Non dimentichiamo poi il magico mondo dei millenials, la pubblicità tradizionale non è nelle loro corde, troppo statica, poco efficace, mentre loro hanno bisogno di interrogarsi, di capire, hanno bisogno di sapere che là fuori qualcuno come loro ha già provato il prodotto, lo ha testato secondo l’uso che loro ne farebbero, ne ha individuato pros and cons e condivide l’esperienza sui social. I millenials sono molto più attenti di quanto lo fossimo mai stati noi alla loro età, non so se è un bene o un male, ma so che è l’attuale stato delle cose.

Ho un figlio di 14 anni, Marco, un ragazzo sveglio, pieno di interessi e, grazie a lui, sto imparando una nuova prospettiva. Mi insegna a interpretare questo nuovo mondo, e a far pace con l’evoluzione della tecnologia, che si riflette inesorabilmente in un diverso approccio. Prima cambieremo il modo di pensare prima riusciremo a porci nella giusta prospettiva rispetto al cambiamento epocale che stiamo affrontando. I temi a me cari, la blockchain, la tokenizzazione, lo stable coin ma anche l’open banking e il crowdfunding sono parte di un fenomeno molto più ampio che ci coinvolge tutti.

E allora – forse – una manciata più o meno importante di follower per un sushi non è banalmente la mercificazione delle proprie amicizie ma un diverso modo di fare marketing, un modo innovativo di allargare la propria client base, cavalcando l’hype di una rivoluzione più mentale che tecnologica, dove la condivisione di pareri, dati, analisi diventa il vero punto di forza.

Non possiamo più essere solo spettatori dell’evoluzione, non possiamo rimanere fermi, non possiamo attendere, dobbiamo agire e pianificare la nostra strategia, come imprese, come banche e intermediari finanziari ed anche come semplici individui, e questo perché come direbbe Michelangelo “l’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote”.

Emanuela Campari Bernacchi

Il piacere della “buona” tavola certificata blockchain…

E’ un mercoledì assolato di inizio ottobre a Roma quando mettiamo piede per la prima volta a Spazio Colonna. L’occasione è un viaggio di lavoro, il motivo è comprendere l’esperimento avanguardista portato a termine da questo grande Chef, il primo tra i suoi colleghi stellati ad aver portato una ricetta tradizionale e nota come la “panzanella” su blockchain.

La cornice è uno “spazio” meraviglioso (espressamente vietato parlare di location) nel cuore della città eterna. Iniziamo una conversazione informale, siamo avvocati milanesi appassionati di fintech; il collegamento con la cucina, amore a parte per quella buona, non è immediato.

Lo Chef ci racconta la sua “missione”: preservare i sapori tradizionali di una cucina casareccia e genuina e far sì, da sempre, che rimangano nel tempo e — da luglio di quest’anno — anche nell’etere.

Ebbene sì, senza paura di svelare il segreto di una ricetta tanto semplice quanto complessa (è impresa assai ardua deliziare qualcuno con un piatto a base di pomodoro, pane e olio) l’ha resa disponibile ai suoi ospiti, oltre che sul piatto, anche su blockchain.

L’esperienza culinaria che richiama la tradizione (a tutti, almeno una volta nella vita, è capitato di mangiare la panzanella) viene messa a servizio degli ospiti — non solo per soddisfarne il palato, ma anche per certificarne la qualità di esecuzione. I sapori buoni della cucina italiana, fatta della bontà della nostra acqua, della nostra terra e della nostra aria, prima che della prelibatezza delle materie prime che la rendono unica nel mondo — per la prima volta vengono seguiti dalla “nascita” e registrati su blockchain. Ciò significa che il cliente curioso di capire cosa ci sia nel suo piatto può, con un semplice click, verificare la provenienza delle materie prime, seguire la loro preparazione e assicurarsi della loro genuinità.

E’ un esperimento coraggioso e generoso quello dello ChefColonna, realizzato in un mondo in cui la continua mancanza di tempo ha appiattito i sapori e l’attenzione per l’“origine tutelata”, “controllata”, “certificata”, “biologica” è diventata più uno slogan della good balanced life che non un’esigenza effettiva di qualità.

Se infatti nel passato il pranzo e la cena erano rituali sacri e irrinunciabili per la famiglia, oggi sono sempre più la monotonia di un panino o un’insalata spesso insapori trangugiati di fretta davanti al pc! Ma la blockchain (ovviamente associata alla maestria di un ottimo Chef) può restituirci il privilegio di mangiare qualcosa di veramente buono, verificando che sia anche “sano e genuino”!

Lo Chef ama definire la sua come una cucina di “modernariato” dove la tradizione viene portata avanti nonostante tutto e difesa dimostrando ogni giorno che “tradizionale” non significa “vecchio”, ma significa “buono”. A me è parsa invece una cucina avveniristica. Pensare di poter mangiare i pomodori cresciuti e innaffiati in un giardino assolato del centro Italia (luogo molto caro a chi scrive) visualizzabile in pochi secondi sul proprio smartphone, è un modo “reale” per rimanere ancorati alla nostra tradizione culinaria, per non sciuparla e soprattutto (grazie all’ineliminabilità e immodificabilità dei dati immessi su blockchain) per raccontarla e perpetuarla nel tempo.

Se poi pensiamo che tutto ciò sia reso possibile grazie all’uso di una infrastruttura tecnologica e sofisticata come quella DLT, il fascino non può che aumentare.

L’esperimento, riuscitissimo, di dare nuovo corso alle ricette tipiche regionali della nostra tradizione, ricostruendone le origini e l’evoluzione, si deve a pOsti (start-up romana che certifica il “Made in Italy”) e ai suoi partner: Insor (Istituto nazionale di sociologia rurale) e naturalmente Foodchain S.p.A. (prima start-up italiana ad applicare la blockchain all’agrifood) che ha realizzato la piattaforma tecnologica.

La “Panzanella” firmata Colonna rappresenta quindi la prima ricetta al mondo ad essere certificata con tecnologia blockchain e a raccontare, con trasparenza e fruibilità, la grande storia e tradizione della cucina italiana.

Merito quindi allo Chef per la lungimiranza e alle start-up operative nel settore dello sviluppo (anche e soprattutto tecnologico) e rilancio delle eccellenze italiane — che rappresentano il nostro più grande patrimonio economico e culturale, oltre che il nostro maggiore motivo d’orgoglio nel mondo!

Valentina Lattanzi