Q&A… about Fintech

Q: Cos’è il FinTech?

A: Letteralmente è un’abbreviazione che sta per “Financial Technology” – nella sostanza si tratta della fornitura di servizi e prodotti finanziari mediante l’impiego di sofisticate tecnologie, tra cui, intelligenza artificiale, algoritmi e piattaforme digitali.

Il Financial Stability Board ha fornito una definizione ufficiale di FinTech qui di seguito riportata: ‘technologically enabled financial innovation that could result in new business models, applications, processes or products with an associated material effect on financial markets and institutions and the provision of financial services’.

Q: quali sono i vantaggi apportati dalla tecnologia al mondo della finanza?

A: ottimizzazione della gestione e della lettura dei big data, assessment più veloce e puntuale del rischio di credito associato ai fruitori dei servizi bancari/finanziari, rilevazione automatica di eventuali dati mancanti o incompleti nelle procedure di KYC, due diligence e valutazione del merito creditizio, riduzione delle frodi e dell’errore “manuale”, nonché velocizzazione e automatizzazione di una serie di processi interni alla banca/intermediario e/o rivolti al consumatore/fruitore finale del servizio.

Q: perché il FinTech rende più semplice l’accesso al credito da parte delle aziende?

A: l’impiego della tecnologia consente da un lato di efficientare processi di erogazione del credito/finanziamento esistenti, semplificandoli. Qualche esempio:

  • trade financing/invoice financing tramite piattaforme tech;
  • inventory finance realizzato con l’ausilio di smart device e smart contract;
  • emissione di strumenti finanziari su registro distribuito.

Il FinTech inoltre introduce nuove forme, alternative, di finanziamento. Qualche esempio:

  • piattaforme di social lending/P2P e di crowdfunding;
  • emissione di token.

Q: Andando più nel dettaglio: in cosa consiste ciascuna forma di “tech financing” tra quelle sopra elencate?

A: Di seguito qualche semplice rappresentazione grafica accompagnata da una didascalia a titolo di esempio.

  1. Trade Financing/Invoice Financing

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La piattaforma FinTech (in sostituzione di un factor tradizionale) consente di:

  • velocizzare le decisioni del merito creditizio grazie a un algoritmo ed erogare quindi credito in poche ore (attraverso l’upload della fattura sul sito web della piattaforma);
  • ampliare la platea degli investitori. La Piattaforma (intermediario finanziario debitamente autorizzato in Italia) crea infatti un link tra investitori ed aziende.

2. Inventory financing tramite piattaforma DLT

L’inventory financing consiste nel finanziamento di tutto o parte del magazzino avente un valore apprezzabile. Ciò consente alle aziende sia di grande che di medio/piccola dimensione di valorizzare le materie prime, i semi-lavorati o anche i prodotti finiti, presenti nei propri magazzini, senza doversene spossessare. Il magazzino costituisce infatti il collateral a supporto dell’operazione.

L’uso della blockchain e degli smart contract agevola l’erogazione del credito tramite la tecnica del cosiddetto “inventory financing” da parte delle banche alle aziende, garantendo maggiore trasparenza, piena tracciabilità e un controllo in tempo reale dei beni presenti in magazzino.

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3. Emissione di strumenti finanziari su registro distribuito

La blockchain può costituire un’innovativa infrastruttura tecnologica mediante la quale automatizzare l’intero ciclo di vita di uno strumento finanziario, inclusa la fase di pagamento delle cedole a ogni singolo investitore, a ogni data prefissata. Ciò significa che l’emittente può direttamente e automaticamente pagare gli interessi e rimborsare il capitale agli investitori in linea con quanto stabilito dal codice inserito nello smart contract, che evidentemente è stato scritto sulla base dei contenuti del regolamento del bond.

La blockchain può avere applicazioni molto interessanti anche sul fronte dell’organizzazione di assemblee degli azionisti/obbligazionisti, facilitando il lavoro delle agenzie di proxy. Ciò significa che buona parte delle attività oggi svolte manualmente dalle diverse controparti tecniche potranno essere automatizzate, con conseguente riduzione dei margini di errore e dei costi.

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Piattaforma blockchain in sostituzione dell’ordinario sistema di regolamento e compensazione

4. Piattaforma di social lending/P2P e di crowdfunding

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5. Emissione di Token

Le offerte di token sono operazioni finanziarie attraverso cui una società può ottenere nuova finanza, o nuovo capitale, per la realizzazione dei propri progetti imprenditoriali in cambio di c.d. “crypto-asset” (altresì noti con il termine di “token”).

In data 19 marzo 2019, la Consob ha pubblicato un documento per la discussione relativo alle offerte iniziali e agli scambi di cripto-attività (token) con l’obiettivo di sollecitare il mercato ad assistere l’Autorità nell’ambito del processo di definizione di un framework legale in Italia che disciplini la cosiddetta “tokenizzazione” e consenta l’emissione di token sul mercato.

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Valentina Lattanzi

E se davvero arrivasse Facecoin?

Facebook sta pensando ad una nuova cryptovaluta per effettuare pagamenti tramite Whatsapp. Cosa succederà se riesce?

Facebook è da tempo alla ricerca di una nuova identità. Il social network più famoso al mondo ha perso contatto con la sua community, schiavo delle sue scelte in tema di privacy e di gestione dei dati, Facebook sta affrontando una crisi costante che sta allontanando tanti utenti e soprattutto non attrae più le nuove generazioni.

In questa crisi mistica, sembra che Facebook stia studiando nuove opportunità sfruttando il potenziale della blockchain ed in particolare creando una nuova crypto che verrebbe utilizzata attraverso Whatsapp per effettuare pagamenti: FaceCoin.

FaceCoin dovrebbe essere una stablecoin, ovvero una cryptovaluta legata al valore di un’altra moneta, idealmente fiat, come il dollaro o l’euro o, come si pensa, ad un insieme di varie valute.

Perchè quindi una stablecoin? Principalmente per evitare le fluttuazioni del prezzo e mantenere la stabilità della propria valuta, proprio come funziona per alcuni paesi emergenti la cui valuta non è sufficientemente stabile e così si legano ad altre valute più forti.

Ma per Facebook, certamente, questo passo significa molto di più che una semplice, nuova, cryptovaluta. Immaginiamo quindi che FaceCoin diventi realtà, cosa dobbiamo aspettarci?

Whatsapp è una realtà con oltre due miliardi di utenti in tutto il mondo, che facilita milioni di conversazioni tutti i giorni, la cui sicurezza è più volte stata messa alla prova, ma mai perforata. Quello che possiamo immaginare è quindi l’utilizzo di FaceCoin come forma di pagamento con la quale tutti questi utenti che quotidianamente si scambiano messaggi, da un giorno all’altro si troverebbero un’applicazione con la quale pagare e scambiare denaro, in tempo reale e con la sicurezza e trasparenza di una blockchain sviluppata da Facebook. Certamente un bel passo avanti, ma, quanti sarebbero disposti ad accettare pagamenti nella vita reale? Siamo sicuri che il paninaro accetterà FaceCoin invece che euro?

Io non credo, come non credo che Bitcoin riuscirà in questo intento (perlomeno non nel breve periodo). D’altronde anche Facebook ci ha provato già alcune volte ad entrare nel mondo dei pagamenti, con scarsi risultati, come il progetto di Messenger Payments che prometteva di poter effettuare pagamenti p2p direttamente dal proprio account.

In realtà quello dei pagamenti è un settore molto efficiente, con i circuiti di carte di credito che muovono milioni di transazioni al secondo, le valute di corso legale che sono accettate incondizionatamente nelle compravendite ed anche le applicazioni specializzate in pagamenti digitali. Insomma, c’è poco da inventare.

La verità è che invece FaceCoin potrebbe diventare una grande alternativa ai sistemi di trasferimento di valuta e permettere a miliardi di persone di scambiarsi una valuta, potenzialmente, più stabile della propria perché legata alle principali valute internazionali e quindi di combattere anche l’inflazione.

In questo modo Facebook entrerebbe pesantemente nel sistema finanziario e non dalla porta secondaria, ma direttamente da quella principale, ovvero entrando nella politica monetaria dei paesi. L’influenza che genererebbe, con un potenziale di utenti così ampio dal primo giorno, porterebbe a delle evoluzioni difficili da prevedere.

Matteo Masserdotti

FCA sul comportamento e sul livello di consapevolezza degli investitori inglesi in materia di cypto-assets

Il 7 marzo scorso l’Autorità di Vigilanza inglese (FCA) ha pubblicato due ricerche sulle abitudini degli investitori in crypto-assets.

In particolare, l’FCA ha commissionato due ricerche. La prima si occupa di approfondire i comportamenti e le motivazioni dei consumatori inglesi che hanno assunto la decisione di acquistare crypto-assets, attraverso un’intervista che ha riguardato 31 persone.

Attraverso la seconda ricerca, invece, è stato intervistato un campione nazionale di più di duemila persone a cui sono state sottoposte alcune domande relative al mondo dei crypto-assets.

Queste due ricerche si collocano a valle di un lavoro che l’Autorità di vigilanza inglese ha svolto dopo la pubblicazione nell’ottobre del 2018 del Joint Report predisposto con Bank of England e l’HM Treasury sui crypto-assets.

Nel seguito, si riportano alcuni dei dati più interessanti emersi dalle analisi svolte.

La prima ricerca, prodotta dalla società Revealing Report, ha evidenziato come molti consumatori percepiscano i crypto-assets principalmente come uno strumento per accumulare velocemente ricchezza. Tale convinzione è basata su quanto riportato da altre persone, in particolare mediante i social media. Inoltre, la decisione di acquistare viene individuata da molti nella cd. “fear of missing out” e gli intervistati che hanno assunto decisioni di investimento hanno dichiarato di averlo fatto basandosi sulla propria conoscenza del mercato e del loro istinto.

Una volta assunta la decisione di investire, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di avere ancora nel portafoglio i crypto-assets e solo una piccola parte li aveva venduti in quanto, nonostante le perdite subite, si sono dichiarati fiduciosi che la tecnologia alla base dell’asset avrebbe in futuro rialzato le sue quotazioni. Un ulteriore dato interessante è dato dal fatto che quasi tutti coloro che hanno acquistato questi beni non avevano fin da subito predisposto una strategia di disinvestimento, mentre al contrario quasi tutti gli intervistati che hanno venduto i crypto-assets avevano sin dall’inizio una strategia. In generale, molti intervistati si sono dichiarati più critici nei confronti delle informazioni che avevano utilizzato.

La conclusioni della ricerca sono sostanzialmente che i consumatori che si avvicinano a questo tipo di investimento (i) utilizzano come principale metodo di raccolta delle informazioni i social media e dimostrano una crescente avversione per i canali di informazione tradizionali, (ii) sono alla ricerca di un modo veloce per arricchirsi e molti percepiscono l’investimento come un modo per farlo con il minimo sforzo, (iii) agiscono sulla base di raccomandazioni di alcune fonti quali blog, social media, “influencer” e (iv) hanno acquistato crypto-assets sulla base della convinzione dell’inevitabile crescita di valore del bene detenuto in ragione della crescita dell’utilizzo della tecnologia sottostante.

Il secondo report costituisce una ricerca svolta su un campione di consumatori inglesi ai quali sono state poste determinate domande relative al mondo dei crypto-assets. Il risultato dello studio più interessante è probabilmente quello relativo alla conoscenza del fenomeno, poiché il 73% degli intervistati ha dichiarato di non conoscere nemmeno il significato del termine cryptocurrency. A questo, si deve aggiungere che l’Autorità stima che solo il 3% del campione esaminato abbia acquistato crypto-assets e che solo il 7% di coloro che non lo hanno fatto in passato, valutino tale opzione per il futuro.

La stessa FCA riconosce pertanto che probabilmente il fenomeno è più contenuto di quanto inizialmente si pensasse, ma non per questo ha dichiarato che non si attiverà in futuro per assicurare un elevato livello di tutela anche per coloro che intendono acquistare crypto-assets.

Infatti, l’Autorità, in chiusura del proprio comunicato, ha confermato la massima attenzione sul tema e che adotterà nel breve periodo una consultazione al fine valutare il divieto di vendita di derivati collegati a certi crypto-assets agli investitori retail.

Alberto Prade

Se la “sofferenza” è in Blockchain soffri meno!

Quante volte vi è capitato di sentir dire “non si può più leggere il giornale, solo sofferenze”? Ed in effetti, perlomeno in Italia, il dato dei c.d. non performing loans parla da sé. Da uno studio di PWC, il 2018 è stato l’anno record delle cessioni di NPL con volumi che hanno raggiunto i 70 miliardi di euro e che hanno comportato un decremento importante sui bilanci delle banche. Il trend dovrebbe continuare anche nel 2019 ed ampliare il proprio raggio d’azione comprendendo anche cessioni multi-originator, consentendo quindi anche alle banche più piccole di cedere le proprie sofferenze insieme a quelle delle “sorelle” del Gruppo in modo da raggiungere un volume “appetibile” per gli investitori.

Non mi intrattengo sulle cause che hanno favorito il montante dei crediti in sofferenza, e nemmeno sulle c.d. variabili bank specific (null’altro che quelle caratteristiche tipiche di una banca come ad esempio la qualità del management che viene misurata attraverso indici di performance, la grandezza in termini di totale dell’attivo, la sua adeguatezza patrimoniale e l’efficienza in termini di costi); vorrei invece esaminare, nell’ambito delle operazioni di dismissione di NPLs, il tema della carenza documentale legata al credito ed ai debitori e come questa si rifletta necessariamente sulla possibilità o meno di effettuare il recupero. I portafogli sono spesso molto datati, le banche che hanno originato i crediti (tramutati poi in sofferenze), sono spesso state a — loro volta — oggetto di faticose operazioni di riorganizzazione societaria o di accorpamento nell’ambito di un diverso Gruppo Bancario.

In questa girandola di alterne vicende societarie, spesso e volentieri, della documentazione sul credito e sul debitore non c’è traccia, o meglio — come dicono gli addetti ai lavori — “non c’è tracciato”! Chi compra fatica a fare due diligence sul portafoglio, chi vende fatica a farla fare.

Tutte inefficienze che limitano fortemente la gestione del credito e la probabilità del suo recupero.

Ma la vera domanda è: che mondo sarebbe quello in cui le banche che concedono il credito potessero avvalersi — fin dal principio — di una tecnologia capace di registrare immutabilmente tutte le informazioni relative alla vita del credito ed al debitore?

Proviamo a fare un esempio: immagiamo uno scenario dove banca e debitore si accordino “digitalmente” sui termini del prestito e diano dichiarazioni e garanzie sull’accuratezza delle informazioni fornite. Il prestito “digitale” verrebbe immesso in un registro distribuito composto da blocchi di transazioni validate e confermate, organizzati in catena sequenziale a cui possono solo essere aggiunti nuovi blocchi attraverso connessioni basate su funzioni crittografiche, in grado di resistere alle manomissioni. Esatto: il prestito verrebbe immesso in Blockchain.

Ma non solo, le informazioni necessarie alla gestione del prestito (rectius credito) verrebbero automaticamente inserite in uno smart contract, sarebbero immutabili e verificabili da chiunque (lascio ai miei amici Licia Garotti e Marco Galli il commento sulla gestione dei dati sensibili), insomma sarebbero, a tutti gli effetti, asservite alla logica “don’t trust, verify” che è la logica dell’open source e del registro distribuito.

Quali benefici? Tanti: (i) la riduzione dei costi di due diligence; (ii) la sostanziale eliminazione del rischio di perdita di informazioni; (iii) l’automatismo nella gestione del credito e nei rapporti con il debitore (nel caso in cui il debitore non dovesse pagare alle scadenze stabilite, lo smart contract attiverebbe immediatamente l’invio di una notice al debitore, se l’inerzia debitoria dovesse persistere, si attiverebbero immediatamente le procedure di recupero del credito).

Questi solo alcuni dei benefici che si avrebbero in fase di origination di un loan(per dirla come chi parla bene) ed alcuni magici effetti sulla vita del credito e del suo recupero. Evidentemente il debitore “cattivo pagatore” fa parte del videogioco e nessun registro distribuito, immutabile e verificabile può trasformare un cattivo pagatore in un buon pagatore, ma la Blockchain può essere uno strumento estremamente utile sia in fase di concessione del credito sia in fase di recupero.

Certo, venendo alla vita di tutti i giorni, perlomeno la mia, non ci sarebbe più spazio per la negoziazione a colpi di “to the best of the assignor’s knowledge”, perché a quel punto, sempre seguendo la logica del “don’t trust, verify” il cessionario dovrebbe solo verificare le informazioni immesse nel sistema ed utili per formulare il prezzo e per gestire il credito.

Forse la Blockchain può davvero rivoluzionare il modo di fare banca, di fare credito e di gestirlo, o forse no ma come dice Woody Allen

“se di tanto in tanto non hai degli insuccessi, è segno che non stai facendo nulla di davvero innovativo”.

Emanuela Campari Bernacchi

Emanuela Campari Bernacchi è l’Avvocato Fintech dell’anno

Sia0 (1)mo orgogliosi di annunciare che Emanuela Campari Bernacchi, co-founder e editor di Tech Mood, ha ricevuto il premio come “Avvocato Fintech dell’anno” in Italia ai Legal Community Finance Awards 2019.

Congrats Manu, we’re proud of you!

Tech Mood Team

Let me give you a TIP: I’m a sure medium of exchange

Anche all’interno del MISE la “blockchain” viene additata dai più come possibile soluzione per la diffusione di pagamenti elettronici, ma nessuno sembra in grado di tracciarne i reali vantaggi competitivi rispetto ad altre moderne infrastrutture già presenti sul mercato.

Cari lettori, munitevi di penna e calendario e cerchiate in rosso questa data: 21 gennaio 2019.

Sono passati solo otto giorni dalla tanto attesa riunione dei 30 “esperti blockchain” convocati dal Ministero dello Sviluppo Economico per identificare le possibili aree di applicazione della tecnologia più chiacchierata del momento. Un episodio destinato a restare nella memoria dei “millennials” per gli anni a venire, al pari della presentazione della teoria della relatività all’Accademia Prussiana delle Scienze del 25 novembre 1915, o della successiva Conferenza di Jalta.

Nelle segrete stanze del Ministero dello Sviluppo Economico, il Consiglio degli Esperti traccia le linee guida dello sviluppo tecnologico e finanziario del nostro Bel Paese, ma solo pochi hanno avuto il privilegio di assistere a questo evento topico. Da uno di essi, apprendiamo che vi è tra gli Esperti chi ritiene che “il settore che potrebbe avere più applicazioni è quello dei pagamenti e bitcoin”.

Il settore dei pagamenti elettronici potrebbe indubbiamente beneficiare dell’adozione su larga scala di un sistema DLT che consenta l’ordinazione di bonifici istantanei attraverso telefono, e-mail, via Internet, in totale sicurezza, e a costi irrisori se non pari a zero; ma a ben vedere non si tratterebbe di una scoperta rivoluzionaria.

Già il 21 giugno 2017 il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea aveva infatti varato il progetto TIPS (acronimo di “Target Instant Payment Settlement”), e da ormai qualche mese è attiva in tutta Europa una nuova piattaforma per il regolamento di pagamenti fino a un limite di quindicimila Euro per transazione — in tempo reale, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, e in moneta della banca centrale; essendo integrato con il sistema TARGET2, TIPS assicura inoltre la raggiungibilità di cui peccano le soluzioni nazionali, che rischiano invece di introdurre inefficienze per l’assenza di masse critiche di pagamenti della stessa specie.

TIPS è inoltre in grado di regolare una media di 500 pagamenti al secondo, ciascuno dei quali viene processato individualmente e reso successivamente irrevocabile, con conseguente riduzione dei rischi di frode. Poiché il regolamento avviene a valere su riserve frazionarie depositate da ciascun istituto di credito presso la BCE, anche i rischi finanziari sono contenuti, e questo permette un abbattimento dei costi finali per l’utente, che almeno per i primi due anni di funzionamento sarà di soli 2 millesimi di euro (i.e. 0.2 centesimi) per transazione. Un importo decisamente inferiore anche se rapportato ai tanto decantati 10 centesimi richiesti (in media) dai “miner” per iscrivere una transazione nel codice Bitcoin entro i successivi 10 minuti.

Basta questo semplice confronto per comprendere come, allo stato attuale, la rete Bitcoin sia già stata demolita dalla potenza di fuoco del sistema bancario europeo che con un colpo di spugna ha rimosso due dei principali vantaggi competitivi della blockchain più famosa dal 2008: riduzione dei costi di intermediazione e facilità d’uso dello strumento di pagamento.

E se anche si confermassero veritiere le voci di corridoio secondo cui Yves Mersch e compagnia avrebbero deciso di contrastare il sovversivo Bitcoin ricorrendo, loro stessi, alla blockchain “Ripple”, la scelta audace del Comitato Esecutivo della Banca Centrale sarebbe da applaudire, perché lascerebbe aperta la possibilità di un’implementazione futura di “xCurrent”, “xVia” e “xRapid”, estensioni che hanno fatto la fortuna della società fondata da Chris Larsen.

Sorrido quando leggo di giovani rivoluzionari che sognano un mondo caratterizzato dall’assoluta “disintermediazione” e dalla messa al bando degli istituti di credito, come se questi ultimi operassero contro i loro stessi interessi. A chi sostiene che il Bitcoin potrebbe potenzialmente rimpiazzare le valute con corso legale vorrei domandare se ha mai studiato i principi di macroeconomia e, in caso di risposta affermativa, come intende affrontare l’eventuale fallimento di un “custodian wallet provider” o di una piattaforma di scambio. Se da un lato il sistema bancario tradizionale tutela infatti i titolari di conto corrente per una parte del valore depositato, dall’altro la blockchain non offre alcun tipo di garanzia istituzionale. Basti aggiungere il fenomeno dell’accaparramento, le continue oscillazioni di valore e l’esposizione a possibili attacchi hacker per avere la definitiva conferma del fatto che Bitcoin non potrà mai essere un mezzo di pagamento sicuro su cui il sistema economico possa fare affidamento per l’attività ordinaria.

Si badi, non è certamente mia intenzione ostracizzare i Bitcoin (chi scrive è detentore di ben due “soft wallet” e un “hard wallet”), bensì l’idea che l’evoluzione nel sistema dei pagamenti elettronici debba necessariamente passare per l’adozione di una criptovaluta e della relativa blockchain, come apparentemente sostenuto alla prima riunione del gruppo di esperti nominati dal MISE. Sarebbe stato certamente più corretto e meno ingenuo sostenere che il settore dei pagamenti potrebbe largamente beneficiare della DLT e della conseguente emissione, all’interno di un network più o meno esteso, di c.d. “stablecoin”, ossia di “token” che conservano le proprietà di riserva di valore e unità di conto in quanto aventi come collaterale una moneta legale.

Perché allora continuare a sponsorizzare la diffusione a livello sistemico di una criptovaluta?

L’arcano è presto svelato: come correttamente analizzato dall’European Banking Authority in un recente report destinato alla Commissione Europea, qualora tale token siano inquadrabili come “valori monetari memorizzati elettronicamente […] rappresentati da un credito nei confronti dell’emittente che sia emesso dietro ricevimento di fondi” — ed è precipuamente il caso degli stablecoin — gli stessi saranno soggetti alla normativa dettata dalle direttive EMD2 e PSD2 e, pertanto, potranno essere emessi solamente da istituti di moneta elettronica debitamente autorizzati dalle autorità competenti (sul punto, qui un articolo degli Avvocati Calvi e Prade sicuramente più esaustivo e attento). Ecco quindi che una tecnologia “populista” come la blockchain torna ad essere appannaggio degli osteggiati “poteri forti”.

In ultima analisi, vogliate permettermi un’ultima considerazione di stampo socio-politico: contrariamente a quanto si possa pensare, l’Italia, Paese con il maggior numero di Pos in Europa (sia in assoluto che per abitante), non ha bisogno di particolari infrastrutture tecnologiche per restare al passo dei vicini concorrenti. Per citare il professore Maurizio Pimpinella, Presidente dell’“Associazione Italiana Prestatori di Servizi di Pagamento A.P.S.P.”: “l’Italia è contemporaneamente un Paese ricco di risorse commerciali e tecniche e povero in termini di utilizzo di quelle risorse. E’ come avere una rete ferroviaria all’avanguardia con binari e stazioni con sofisticati automatismi, dove i convogli circolano però in misura assai ridotta rispetto alle potenzialità degli apparati, contribuendo a tenere alti i prezzi”.

La lezione che intende trasmetterci il professore con questa sapiente metafora è che a poco servono grandi innovazioni tecnologiche come i Bitcoin, o la blockchain, senza un’educazione finanziaria che “digitalizzi” anzitutto le menti dei consumatori e delle nuove generazioni, rafforzandone la conoscenza, e la fiducia, in materia di pagamenti elettronici. Se la percentuale delle transazioni effettuate a livello europeo mediante strumenti di pagamento digitali si attesta sul 35–36% del totale, all’interno dei nostri confini non andiamo oltre il 17–18%, e secondo un report di “The European House — Ambrosetti” di maggio 2018, solo lo 0.7% delle spese annue delle famiglie italiane viene effettuato attraverso dispositivi elettronici, app e internet. Certo, nel settore dei pagamenti la DLT verrebbe prima offerta, in fase di “testing”, alle grandi società e/o gruppi bancari, per poi essere adottata, in un secondo momento, dal mondo retail: ebbene, stando a un sondaggio commissionato dal “Global Blockchain Business Council”, che tramite la società di ricerca “PollRight” ha intervistato ben 71 investitori istituzionali, il 63% dei dirigenti d’azienda ha una scarsa comprensione della tecnologia blockchain. Che dire infine dello studio realizzato da “Oracle” e dall’ente internazionale “Association of International Certified Professional Accountants”, che ha coinvolto oltre 700 C.F.O. in tutto il mondo e che ha evidenziato che solo il 10% di essi ritiene che il proprio team abbia le competenze adeguate per raggiungere gli obiettivi di digitalizzazione?

Onestamente, sulla base di questi chiari, precisi e concordanti indizi, non credo che in Italia i tempi siano maturi per l’adozione su larga scala di una DLT nel settore dei pagamenti.

Lasciamo che la stessa sia valutata in sede preliminare in sandbox — strada intrapresa da alcuni dei Paesi più virtuosi in tema di “crypto-assets” — o in settori come la finanza strutturata, lontano dal piccolo consumatore-investitore che ancora non possiede, nella maggior parte dei casi, il bagaglio conoscitivo necessario per valutare la convenienza di queste innovative soluzioni Fintech.

Negli anni a venire ci aspetta un profondo lavoro culturale, ancor prima che tecnologico.

Mattia Valdinoci

Regolamentazione e blockchain: il «derby» Italia-Francia

«I francesi sono degli Italiani di cattivo umore. Gli italiani, all’opposto, sono dei Francesi di buon umore»

Jean Cocteau descrive perfettamente il rapporto tra francesi ed italiani, cugini tanto simili (ma allo stesso tempo diversi) in perenne competizione. In effetti l’«incontro-scontro» tra Italia e Francia ha radici storiche molto profonde e radicate nel tempo: e se agli albori, la competizione era di tipo militare per affermare il predominio di un popolo sull’altro (pensiamo allo scontro Galli vsRomani, fino ad arrivare ai conflitti mondiali), nel corso degli anni (per fortuna!), la «guerra» si è spostata su altri e più edificanti campi. Ad esempio parlando di calcio, all’Olympiastadion Berlin, il 9 luglio del 2006, campo che oltre a consacrare gli Azzurri campioni del mondo, resterà altresì alla storia per gli accesi dibattiti e scaramucce che impegnarono (o forse impegnano tutt’oggi) esperti di labiale, avvocati, giornalisti per stabilire da che parte stare tra il «testone» di Zidane ed il «volo» di Materazzi. Ancora, per parlare di cibo, sui campi della provincia dello Champagne e su quelli della zona della Franciacorta per stabilire a chi spetti il primato per la produzione di bollicine; o, per restare ancora nell’ambito dell’arte culinaria, nelle cucine dei seguaci di Gualtiero Marchesi e di Paul Bocuse, per stabilire se è più buono e nobile (competizione da cui personalmente mi dissocio amando la cucina tutta in maniera indistinta) il pasticcio d’anatra e fois gras alla Ronnaise o il raviolo aperto. Non voglio dilungarmi ulteriormente (e annoiarvi con ulteriori esempi): la lista sarebbe troppo lunga e comunque incompleta (basti pensare che mentre scrivo questo pezzo è appena scoppiato un nuovo scontro politico riguardante il Franco CFA), ma lo spunto per questo mio breve intervento è nato dalla lettura di una newsletter di un prestigioso studio legale francese sul Decreto del primo ministro francese n. 2018–1226 del 24 dicembre 2018 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale francese del 26 dicembre 2018), relativo all’utilizzo in Francia dei dispositivi elettronici di registrazione condivisi per la rappresentazione e la trasmissione di titoli finanziari e per il rilascio e il trasferimento di determinati strumenti finanziari.

En bref… si tratta di un provvedimento che stabilisce che — in relazione esclusivamente ad alcune specifiche categorie di strumenti finanziari (ed in particolare con riferimento ai c.d. minibons (i.e.mini-bond emessi da PMI)) — le iscrizioni effettuate mediante «dispositivi di registrazione elettronica condivisa» (in francese, i DEEP — dispositif d’enregistrement électronique partagé) hanno pieno valore legale e sono, quindi, idonee a certificare il trasferimento di proprietà di tali strumenti finanziari. Il legislatore francese, sceglie (consapevolmente) di non fare riferimento specifico nel testo di legge alla blockchain, ma di riferirsi ai DEEP in modo da introdurre nel proprio ordinamento una definizione «elastica» che possa adattarsi (qualora fosse necessario) agli eventuali sviluppi tecnologici futuri. Al fine di poter avere valore legale il DEEP deve essere progettato ed implementato in modo da garantire l’integrità dell’iscrizione e da permettere l’identificazione del soggetto titolare del titolo (nonché la natura del possesso e il numero dei titoli detenuti). Le iscrizioni effettuate mediante i DEEP devono essere soggette ad un piano di continuità operativa che includa un dispositivo esterno per la conservazione periodica dei dati. Si precisa altresì che le iscrizioni nel DEEP possono essere utilizzate per costituire in pegno gli strumenti finanziari oggetto della nuova disposizione di legge.

Tale novità legislativa è stata salutata dai colleghi francesi con grande entusiasmo, tant’è che si afferma che tale innovazione giuridica permette alla Francia di presentarsi (ancora una volta — cit.) davanti agli altri stati europei come giurisdizione di riferimento nel campo della blockchain, attribuendo alla piazza finanziaria di Parigi il primato per l’adozione di una normativa che permette lo scambio di strumenti finanziari tramite blockchain. Si auspica, quindi, che il campo di applicazione di tale legislazione possa essere esteso anche ad altre tipologie di strumenti finanziari (a dir la verità al momento la maggioranza) che sono al momento escluse dall’applicazione di tale nuovo regime normativo.

Sorge quindi spontanea la domanda: «E l’Italia? …Cosa sta facendo per competere al meglio con i cugini francesi?»

Al momento, aspettiamo il «Ddl Semplificazioni» per capire se il nostro ordinamento (a questo punto seguendo l’esperienza francese) accoglierà (e in che termini) le tecnologie basate sui registri distribuiti e se saranno normati (o meno) gli smart contract.

Salvatore Graziadei

Dall’ESMA un “advice” su ICO e crypto-asset

Come già anticipato da Valentina Lattanzi qui su TechMood, lo scorso 9 gennaio l’ESMA ha pubblicato un Advice rivolto alle istituzioni dell’Unione Europea (Commissione, Consiglio e Parlamento) rispetto alle ICO e, più in generale, ai crypto-assets.

Benché non sia possibile in questa sede svolgere una completa analisi del documento, si vogliono comunque segnalare alcuni spunti interessanti.

Innanzitutto, l’Autorità sottolinea che il fenomeno della creazione e distribuzione di crypto-assets non è di dimensioni tali da poter creare problemi di stabilità finanziaria, ma questo non toglie che vi siano dei temi di tutela degli investitori e di integrità del mercato da affrontare: i maggiori pericoli intravisti sono quello di frode, di cyber-attack, di riciclaggio e di manipolazione del mercato.

Alla luce della circostanza che il fenomeno della tokenizzazione (inteso come rappresentazione di tradizionali asset su una DLT) presenta, sin da ora, molteplici benefici, l’obiettivo dell’Autorità è quello di regolare tale fenomeno, gestendone le potenziali criticità.

A tal fine, una delle principali questioni che si pone il regolatore europeo è quella di garantire un’interpretazione e un’applicazione uniforme della normativa rilevante, poiché si potrebbero verificare fenomeni di arbitraggio regolamentare: sul punto traspare una certa “freddezza” da parte dell’Autorità nei confronti di quelle iniziative nazionali funzionali a regolare il fenomeno dei crypto-assets.

In questa prospettiva, nell’estate 2018 l’ESMA ha intrapreso una survey coinvolgendo le Autorità Nazionali Competenti degli Stati Membri (“NCA”) e sottoponendo loro un range di crypto-assets – già a disposizione degli investitori europei e di diversa natura – chiedendo a ciascuna di esprimersi sulla loro possibile qualificazione quale strumento finanziario.

Al riguardo, si ricorda che secondo la MiFID2 per “strumenti finanziari” si intendono i valori mobiliari, gli strumenti del mercato monetario, le quote di un OICR oltre agli altri strumenti elencati nell’ambito della normativa citata. A loro volta, i “valori mobiliari” sono le categorie di titoli (inteso in senso lato), esclusi gli strumenti di pagamento, che possono essere negoziati nel mercati dei capitali, ad esempio: a) azioni di società e altri titoli equivalenti ad azioni di società, di partnership o di altri soggetti e certificati di deposito azionario; b) obbligazioni e altri titoli di debito, compresi i certificati di deposito relativi a tali titoli; c) qualsiasi altro strumento che permetta di acquisire o di vendere tali valori mobiliari o che comporti un regolamento a pronti determinato con riferimento a valori mobiliari, valute, tassi di interesse o rendimenti, merci o altri indici o misure.

I crypto-assets considerati dall’ESMA sono quelli emessi da:

  1. negli Stati Uniti da FINOM, società finlandese, e definito come “potential investment-type”;
  2. da Polybius Bank, società estone, a sua volta definiti come “potential investment-type”;
  3. da Crypterium, società estone, e definiti come “potential/utility hibrid”;
  4. PAquarium e definito come “potential investment/utility/payment hybrid”;
  5. Filecoin e definito come “utility”;
  6. AlchemyBite, società delle Isole Vergini britanniche e definiti come “potenzial investment/payment hybrid”.

In particolare, ESMA ha chiesto se tali assets venissero considerati dalle NCA come strumenti finanziari ai sensi della MiFID2.

L’esito della survey, cui si rimanda per un’analisi completa, ha dato taluni spunti interessanti poiché:

  • la maggior parte delle NCA ha considerato i crypto-assets di cui ai casi 1, 2, 4 e 6 come strumenti finanziari, pur con qualche differenza;
  • l’esistenza di un diritto agli utili (non necessariamente correlato a poteri di governance) è stato considerato dalla maggior parte delle NCA quale elemento sufficiente per considerare il crypto-asset come strumento finanziario;
  • nessuna NCA ha considerato lo utility token di cui alla categoria 5 come uno strumento finanziario;
  • la maggior parte delle NCA ha riconosciuto che nessuna norma nazionale sarebbe stata in grado di comprendere e disciplinare tutti i tipi di crypto-asset considerati;
  • la maggior parte delle NCA ha ritenuto che la qualificazione dei crypto-assets come strumenti finanziari potrebbe avere degli effetti collaterali e pertanto è necessaria una normativa ad hoc.

In conclusione, l’impressione che si ricava (da questo come da altri documenti sulla materia) è che sebbene i crypto-assets costituiscano beni rientranti in categorie giuridiche esistenti, si percepisce sempre di più l’esigenza di una regolamentazione unitaria che consideri le differenti specificità di tali beni e che sia omogenea in ambito comunitario.

Alberto Prade – Andrea Calvi

Crowd economy & Tokenization

Alcuni pensieri su come è possibile creare un’economia distribuita.

Ho già avuto modo di scrivere qualcosa sulla mia idea di Crowd Economy, ovvero di un’economia che riporta al centro le persone ed i consumatori, in cui tutti possiamo diventare parte del servizio e del prodotto offerto.

Già oggi è possibile diventare piccoli azionisti di startup o piccole e medie imprese che cercano di sviluppare nuove soluzioni e che hanno come obiettivo unico la soddisfazione del cliente. Il crowdinvesting, ha aperto a tutti la possibilità di farlo, semplicemente, comodamente online e a partire da poche centinaia di €.

Le motivazioni sono le più diverse: partecipare all’economia reale, veder crescere un giovane progetto, ottenere un ritorno economico (potenzialmente alto e rischioso), ma soprattutto diventare parte di un servizio o prodotto che come consumatore vogliamo vedere nascere.

Piccole aziende oggi riescono a raccogliere cifre importanti, anche milioni di €, per crescere e realizzare soluzioni che incontrano le esigenze dei consumatori, coinvolgendo principalmente i loro stessi clienti.

Oggi è possibile vendere un prodotto prima di averlo completamente realizzato, con il sostegno di potenziali clienti in tutte le parti del mondo, grazie al crowdfunding.

Aziende in tutto il mondo stanno ottenendo prestiti da privati, per finanziare le loro attività, disintermediando i classici canali di accesso al credito poco attenti alle rivoluzioni in corso, grazie al crowdlending.

Questa voglia di partecipare, anche definita Finanza Alternativa — forse denominata così per non farla sembrare troppo pericolosa per la Finanza Tradizionale — ha creato nuove regole e nuovi rapporti tra le persone, resi possibili dalla tecnologia.

Ma proprio la tecnologia, in tutta questa rapida e continua evoluzione, sembra aver fornito delle armi nuove per favorire una ancor più rapida evoluzione e distribuzione dei benefici dell’economia. Grazie alla tecnologia, infatti, oggi vediamo nascere anche organizzazioni decentralizzate, che rappresentano il completamento, autonomo e digitale, della crowd economy.

Abbiamo visto come, dopo la nascita di Bitcoin, sia diventato possibile creare organizzazioni autonome, gestite tramite protocolli crittografici e nelle quali la governance è completamente decentralizzata. In tutto questo svolgono un ruolo centrale i token ed i modelli attraverso i quali è possibile rendere “trasportabili” digitalmente asset diversi: la tokenizzazione.

Cos’è la tokenizzazione?

Questo nuovo ecosistema tecnologico è in veloce espansione, principalmente grazie ad Ethereum che è certamente la blockchain più diffusa e consente oggi di usufruire del maggior numero di applicazioni e soluzioni tecnologiche.

La tokenizzazione di un asset reale (immobiliare, mobiliare, etc) altro non è che la sua rappresentazione digitale attraverso uno strumento fungibile e facilmente trasferibile (il token), le cui movimentazioni sono trascritte in forma immutabile sua una blockchain.

Grazie a Ethereum ed allo standard ERC20 sono nati diversi progetti che hanno consentito la tokenizzazione di varie tipologie di asset. L’esempio principale di un asset reale trasferito in un token, è rappresentato dai Security Token, ovvero token che hanno come sottostante uno strumento finanziario (azioni, bond, quote di fondi, etc) e posso essere utilizzati per gli scopi per cui è si è sviluppata la crowd economy.

Crowd economy e token

Le fondamenta su cui si basano i principi della crowd economy, sono molto banali, ma al tempo stesso molto difficili da incontrare nell’era moderna: fiducia e trasparenza.

Non può esistere un legame tra consumatore e azienda, a maggior ragione legato da una partecipazione attività (di tipo societario, finanziario o meramente di sostegno) che non si basi su questi principi.

Dunque la tecnologia viene in soccorso e, grazie alla blockchain ed all’utilizzo di token, la gestione dei rapporti può avvenire in forma completamente automatizzata, senza la necessità fidarsi di qualcuno (trustless protocols — i protocolli crittografici di cui parlavamo prima) ed in forma completamente trasparente ed immutabile, visto che le transazioni saranno registrate sulla blockchain.

Un security token quindi, può rappresentare oggi la perfetta chiave per interpretare le esigenze di un’economia davvero distribuita.

Ad esempio possiamo creare un security token, emesso da una startup, che consente di monitorare i flussi di cassa della società ed automatizzare il pagamento dei dividendi ai possessori.

Oppure possiamo immaginare un security token, il cui sottostante è un contratto di finanziamento, che automaticamente consente di ricevere gli interessi generati e distribuirli ai finanziatori.

In questo senso si stanno muovendo anche le autorità internazionali, come ci ricorda Valentina su Tech-Mood, e siamo quindi fiduciosi che regole chiare potranno rendere ancora più immediata l’implementazione di questi strumenti.

Esistono ancora tante incognite, di natura legale e tecnologica, ma quello che è certo è che potremo presto costruire un’economia realmente distribuita, i cui benefici siano disponibili a tutti quelli che decidono di farne parte.

Matteo Masserdotti

Ultimi orientamenti europei (e non) in tema di ICOs

Dopo il report pubblicato in data 19 ottobre 2018 “Own Initiative Report on Initial Coin Offerings and Crypto-Assets” dal Securities and Markets Stakeholder Group (SMSG), le Autorità europee tornano a occuparsi di Initial Coin Offering e più in generale di Crypto-Asset, per la prima volta in modo più sistematico.

Con una serie di pareri e report emanati di concerto lo scorso 9 gennaio 2019, infatti, la European Securities and Markets Authority (ESMA) e la European Banking Authority (EBA), iniziano a delineare, partendo proprio dagli use cases registrati sul mercato e dalle esperienze di altri mercati espressamente citati (Svizzera, Lussemburgo, Malta), il legal framework entro cui inquadrare e regolamentare l’emissione di token e la loro offerta al pubblico.

In particolare, con questi testi, l’EBA e l’ESMA, tenendo in buona considerazione le osservazioni a suo tempo espresse dal SMSG (di cui ci siamo già occupati su Tech-Mood con Federico Panisi), nonché gli esiti dei survey commissionati dall’ESMA alle National Competent Authorities dei vari Paesi membri (NCAs), dettano alcune importanti linee guida per orientarsi nel mondo dei crypto-asset.

L’ESMA definisce il framework legale applicabile all’emissione e circolazione dei token a seconda della “categoria giuridica” in cui gli stessi ricadono, partendo dalla ormai “nota” tripartizione in:

  •  payment token: costituiscono mezzi di pagamento per l’acquisto di beni e servizi esterni all’ecosistema in cui sono generati e sono quindi assimilabili alla moneta elettronica e agli altri strumenti di pagamento;
  • utility token: permettono l’accesso diretto ad un’applicazione e/o ad un servizio, ma che non vengono accettati come mezzo di pagamento con riguardo ad altre applicazioni, né sono scambiabili sul mercato dei capitali; e
  • investment token: includono una componente di investimento e, a seconda dei diritti patrimoniali e/o amministrativi che attribuiscono ai loro detentori, possono essere identificati come token “di capitale”, “di debito” o “ibridi”.

Mentre i payment token vanno considerati alla stregua di moneta elettronica e pertanto ricadono nell’ambito di applicazione, sia oggettivo che soggettivo, della normativa sui servizi di pagamento, l’ESMA si dilunga maggiormente sulla normativa applicabile agli investment token e agli utility token aventi natura “ibrida”.

Con particolare riguardo a questi ultimi, infatti, lo studio del mercato delle ICOs ha evidenziato la presenza di un significativo novero di token denominati dal relativo emittente come “di utilizzo” che però presentano una forte connotazione di investimento. In termini più chiari, molto spesso i token emessi sotto tale denominazione in realtà sono destinati alla raccolta di risorse finanziarie necessarie alla società emittente per sviluppare e/o ampliare la piattaforma su cui verrà erogato il servizio a cui i token medesimi daranno accesso.

Ciò con l’evidente conseguenza che il sottoscrittore di tale token diviene investitore della società che svilupperà il servizio prima ancora che utente del medesimo servizio. Ebbene, applicando un principio di prevalenza della sostanza sulla forma, condivisibile a parere di chi scrive, l’ESMA chiarisce come anche tali token dalla natura “ibrida”, per il solo fatto di contenere una componente di investimento – e indipendentemente dal nomen iurisdebbano certamente rientrare nella più ampia categoria degli investment token – qualora ne possiedano ovviamente i requisiti intrinsechi, esplicitabili principalmente come segue:

  • abbiano una componente di investimento/profitto atteso;
  • siano riconducibili alla nozione di “titoli”; e
  • siano potenzialmente negoziabili sul mercato dei capitali.

Ebbene tali token – che costituiscono ad oggi la quasi totalità di quelli emessi sul mercato – vanno assoggettati, spiega l’ESMA, alla normativa comunitaria (come declinata poi da ciascuno Stato membro) sull’emissione e circolazione degli strumenti finanziari e/o prodotti finanziari. Ovviamente, come viene correttamente rilevato, si renderà forse necessario emettere alcune norme di dettaglio (data la specificità dei token rispetto ai normali strumenti finanziari), ma si tratterà solamente di normativa tecnica, in quanto il quadro giuridico è già delineato e pienamente operante (i.e. Mifid, Mifid II, Prospectus Directive, Transparency Directive, MAR e così via).

In ultimo, l’ESMA pone l’accento sulla necessità di una più snella ma pur sempre auspicata regolamentazione con riguardo all’emissione e circolazione degli utility token “puri”. A differenza, infatti, di quanto avviene per le altre due categorie di token (i.e. gli investment token che sono assoggettati alla normativa in materia di strumenti finanziari e i payment token che sono assoggettati alla normativa in materia di servizi di pagamento e moneta elettronica), non esiste ancora un set di riferimento normativo applicabile agli utility token.

Tuttavia, poiché i token sono una mera rappresentazione virtuale di un asset sottostante, le regole del servizio e/o bene a cui gli utility token danno accesso dovranno essere rispettate. Ma non basta. L’ESMA ritiene necessaria l’emanazione – anche per tali token – di una normativa ispirata a principi di trasparenza, chiarezza, completezza delle informazioni rese all’utente dall’emittente, sia con riguardo al servizio erogato che alla propria robustezza imprenditoriale/finanziaria. In tal senso, i Paesi che si stanno preparando a emanare una normativa compiuta sulle ICOs non possono certamente ignorare questa “direttiva” dell’ESMA.

I documenti dell’EBA e dell’ESMA si pongono quindi in linea con la scia normativa inaugurata dalla SEC negli Stati Uniti e poi migrata oltre-oceano nei mercati asiatici (Singapore) e in quelli a noi più vicini (es. Lussemburgo, Francia, Svizzera).

Merita, a tal riguardo, fare un veloce cenno alla normativa recentissimamente emanata a Singapore che costituisce un testo organico in materia di ICOs (Guide to Digital Coin Offering last updated on 30 November 2018). Al di là delle specificità della normativa di Singapore che derivano appunto da una diversa disciplina in materia finanziaria e monetaria rispetto a quella di derivazione comunitaria, direi che l’approccio adottato dalla Monetary Authority of Singapore (MAS) è il medesimo di quello dell’ESMA.

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Partendo dalla solita ripartizione a seconda del sottostante, anche la MAS (l’Autorità di Singapore) chiarisce molto bene che l’emissione dei security token (ugualmente a quanto previsto nella normativa europea) deve essere sottoposta alle norme del codice finanziario che prevedono, inter alia: redazione di un vero e proprio prospetto informativo, autorizzazione dell’autorità di mercato competente, forme di pubblicità adeguate al pubblico. La norma prevede anche casi di esenzione da prospetto che sono in larga misura speculari a quelli previsti in Europa (inclusa l’Italia) per le offerte di strumenti che non possono essere considerate “nei confronti del pubblico” (es. emissioni destinate ad un ristretto numero di investitori, emissioni di importo ridotto, offerta destinata a investitori qualificati).

Infine, la legge di Singapore fa cenno anche agli utility token (di tipo “puro”), chiarendo che in questo caso non sono applicabili le norme del codice finanziario (così come attualmente previsto anche nei testi europei) né quelle del codice di pagamento. Caratteristica infatti di questi strumenti è che non possano essere scambiati al di fuori della blockchain all’interno della quale sono stati creati e che hanno come unica funzione quella di dare accesso ad un servizio già esistente.

Valentina Lattanzi