Guess What #9: contraffazione? E adesso chi lo dice a Imelda?

Mia madre da piccola mi chiamava Imelda Marcos…..che, come sapete, è una politica filippina, vedova dell’ex presidente delle Filippine Ferdinand Marcos, e nota ai più per la sua irrefrenabile passione per le scarpe (il suo guardaroba ne conterebbe un largo circa di 2700), passione che io e Imelda condividiamo praticamente da sempre (seppur in scala decisamente minore).

Nonostante la mia altezza suggerisca l’utilizzo di un tacco 12 (at least), tra le mie scarpe preferite ci sono le sneakers, di qualsiasi tipo, foggia, colore; per questo oggi ho deciso di dedicare qualche riga per celebrare una start-up della Silicon Valley (dove se no?) che ha messo a punto un nuovo metodo per verificare l’autenticità di sneaker di fascia alta.

Le etichette, si sa, possono essere facilmente contraffatte ma se invece la sneaker avesse uno smart tag con un chip associato a una chiave crittografata e memorizzata su Ethereum, le possibilità di contraffazione scenderebbero vertiginosamente fino a schiantarsi a livello 0.

L’acquirente scaricando sul proprio telefono un app potrebbe scansionare il tag e verificare l’autenticità delle sneakers. La start-up che ha lanciato la tecnologia si chiama Chronicled ed il primo a volerla utilizzare è stato il paladino delle sneakers d’autore Dan Gamache (Mache Custom) che ha lanciato una collezione di sneakersmart tag munite” in onore di Kanye West e di sua figlia.

Se considerate che il mercato mondiale delle contraffazioni è stimato in 470 miliardi di dollari all’anno, Chronicled rischia di aver portato sul mercato un’invenzione che può rivelarsi davvero disruptive……però adesso mi viene un dubbio…… ma siamo davvero sicuri che le 2700 paia di scarpe di Imelda fossero tutte originali?

Emanuela Campari Bernacchi

Geoblocking: come implementare (ulteriormente) lo shopping compulsivo. Direttamente dal divano

Il 3 dicembre appena trascorso è entrato in vigore il regolamento n. 2018/302 del Parlamento Europeo e del Consiglio che vieta l’introduzione di blocchi geografici per gli acquisti di determinati beni o servizi online (cosiddetto Regolamento Geoblocking).

Il Regolamento Geoblocking consente quindi di acquistare nel Paese ove l’operatore commerciale offre in vendita il proprio bene o servizio al prezzo più vantaggioso, sì da divenire illegittima qualsiasi restrizione nell’ambito del commercio elettronico in base alla nazionalità, al luogo di residenza o di stabilimento, anche temporaneo, dell’utente.

Non sarà quindi più consentito bloccare o limitare l’accesso alle interfacce online di siti internet o di diverse applicazioni a clienti di altri Stati membri che desiderino effettuare transazioni transfrontaliere, né applicare condizioni generali di vendita diverse sulla base dello Stato membro di appartenenza, sia che ciò accada online che offline.

Ciò, tuttavia, purché non vi siano determinate condizioni che giustifichino tali limiti.

In altre parole, se un sito internet – ad esempio – spagnolo pone in vendita il medesimo capo di abbigliamento in Spagna e in Italia a prezzi diversi, l’utente semisdraiato sul divano romano non potrà più essere reindirizzato al sito internet italiano ma potrà liberamente acquistare nel paese dove il capo è posto in vendita al prezzo inferiore.

Con il fine dichiarato di realizzare un effettivo mercato interno digitale, il Regolamento fa un passo avanti verso l’eliminazione di quelle pratiche discriminatorie che implicano – o comunque contribuiscono – a mantenere un livello basso di transazioni transfrontaliere all’interno dell’unione anche nel settore del commercio elettronico.

E lo fa aggiungendo un tassello ulteriore ad altre iniziative già intraprese, quali, ad esempio, l’abolizione delle tariffe di roaming per i telefoni mobili e l’introduzione della portabilità transfrontaliera di abbonamenti online (a specifiche condizioni).

E’ poi evidente che dovranno trovare un corretto bilanciamento anche gli interessi degli operatori commerciali: l’applicazione del Regolamento non dovrebbe, infatti, essere inteso in modo da imporre l’obbligo di effettuare una consegna di beni in un altro Stato membro oppure implicare per il professionista l’obbligo di rispettare necessariamente requisiti giuridici nazionali che non abbiano carattere contrattuale (come, ad esempio, un’etichettatura specificamente imposta localmente in un determinato settore).

Nell’ambito di applicazione del Regolamento ricadono ulteriori servizi di diversa natura, quali l’alloggio in albergo o il noleggio auto che il cliente chiede di ricevere nei paesi in cui risiede l’operatore, e i servizi forniti tramite mezzi elettronici come il cloud computing, l’archiviazione dei dati e l’hosting di siti web. Per servizi prestati tramite mezzi elettronici devono intendersi quei servizi che vengono forniti attraverso internet o una rete elettronica e la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata, corredata dall’intervento umano minimo e impossibile da garantire in assenza della tecnologia dell’informazione.

Importante sottolineare al riguardo ancora una volta l’interesse alla cosiddetta neutralità tecnologica: il Regolamento è chiaro nell’indicare che servizi prestati tramite mezzi elettronici dovrebbero essere definiti in modo neutro dal punto di vista tecnologico con riferimento alle principali caratteristiche di tali servizi, esprimendosi in maniera coerente con quanto già costituisce oggetto di precedenti normative e regolamenti anche di esecuzione.

Fanno, invece, eccezione:

  • i servizi connessi a contenuti potenzialmente tutelabili dal diritto d’autore, come servizi di musica in streaming e i libri elettronici. Ciò almeno per ora: la Commissione europea sta, infatti, valutando l’opportunità di disciplinare anche questa tipologia di servizi in maniera analoga a quanto previsto dal Regolamento;
  • i servizi finanziari;
  • i servizi di trasporto;
  • i servizi sanitari e sociali.

Ciò che invece non può e non deve essere discriminato è il metodo di pagamento: una volta effettuata la scelta sui mezzi di pagamento accettati, l’operatore non potrà rifiutare di effettuare alcune transazioni o applicare a tali transazioni modalità e condizioni di pagamento diverse per motivi legati alla nazionalità, al luogo di residenza o, ancora una volta, al luogo di stabilimento del cliente. Ciò è peraltro in linea con il precedente regolamento (Regolamento europeo n. 262/2012 che vieta già a tutti i beneficiari di esigere che il conto bancario del pagatore sia ubicato in un determinato Stato membro).

Aspetto particolarmente importante è l’autenticazione forte del cliente per convalidare l’identità dell’utente di un servizio di pagamento in maniera coerente e conforme alla direttiva 2015/2366/(UE) sui servizi di pagamento nel mercato interno (PSD2), già implementata ed efficace in Italia.

Licia Garotti

I diamanti sono i migliori amici delle donne, ma solo se in blockchain

Un “diamante è per sempre”, abbiamo sentito questa frase milioni di volte, ma non ci siamo mai interrogati sul behind the scene, cioè su quello che sta dietro alla loro estrazione, alla loro lavorazione e in ultima analisi alla loro commercializzazione.

Il primo aspetto da considerare è la zona di provenienza dei diamanti; normalmente sono zone di guerra (l’Africa in primis) e la loro estrazione li rende, per dirla all’inglese dei “blood diamonds”. Ciò in quanto ribelli, o milizie governative prendono illecitamente il controllo delle miniere e utilizzano i proventi della commercializzazione per perpetrare la violenza nei confronti della popolazione civile, allo scopo di rovesciare i governi riconosciuti dall’ONU.

Si tenta di risolvere il problema e parzialmente ci si avvicina allo scopo. Nel 2000, infatti, a Kimberly in Sudafrica si tiene la prima conferenza per dibattere del legame tra estrazione, produzione di diamanti e conflitti nei paesi dove hanno sede le miniere. Dalle risultanze della conferenza di Kimberly nasce — nello stesso anno — il World Diamond Council che si propone di istituire una serie di controlli per rendere il mercato dei grezzi trasparente.

Sempre nel 2000 è l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che reclama a gran voce la nascita di un sistema di certificazione delle pietre, che in effetti vede la luce nel 2002 a Interlaken con la partecipazione di 37 stati e con il coinvolgimento del World Diamond Council nonché delle multinazionali coinvolte nell’estrazione, lavorazione e commercializzazione delle pietre, De Beers in cima alla lista. E’ nato il Kimberly Process.

Per poter partecipare al Kimberly Process è prima di tutto necessario dimostrare che i diamanti grezzi, provenienti da un determinato paese, non vengano utilizzati per finanziare ribelli a scapito dei governi riconosciuti dall’ONU e delle popolazioni civili. Ogni grezzo che viene esportato, deve essere accompagnato da un certificato che provi che il Kimberly Process è stato rispettato. E naturalmente nessun grezzo può essere esportato verso o importato da paesi che non siano membri del Kimberly Process.

Purtroppo, però, è tipico dell’uomo confutare ciò che è stato fatto nel passato quando il presente ci offre strumenti nuovi con cui lavorare. E anche noi ora vogliamo cadere in questo tranello, e quindi: siamo sicuri che il certificato emesso nell’ambito del protocollo Kimberly sia davvero sicuro? Non può essere alterato o falsificato esattamente come qualsiasi altro certificato?

Probabilmente questa domanda se la sono posti anche De Beers, Everledger and Fura Gems. In particolare De Beers ha annunciato la creazione di una blockchain per tracciare e autenticare i diamanti in tutte le diverse fasi, dall’estrazione alla vendita (quindi, per dirla all’inglese “Mine to Consumer”). Mossa astuta in un’era dove il consumatore è sempre più orientato (e aggiungeremmo, per fortuna) all’acquisto “eticamente corretto e consapevole”.

Per il consumatore oggi la rassicurazione che il diamante che compra (e che paga a caro prezzo) provenga da zone no-conflict diventa fondamentale. Attraverso un sofisticato sistema crittografico, solo coloro che hanno un sistema di supervisione del processo di estrazione, lavorazione, taglio e vendita dei diamanti possono immettere dati all’interno della blockchain. Il procedimento mira a garantire che tutte quelle pietre che vengono vendute come “conflict-free” lo siano effettivamente, e siccome la bockchain è accessibile a tutti, chiunque può verificare la provenienza del prezioso e avere la certezza che quella informazione non sia stata alterata da nessuno e quindi che, per tornare da dove siamo partiti, che quel diamante non sia un “blood diamond”.

Il Kimberly Process ha avuto un ruolo fondamentale ma l’uomo, si sa, è diffidente di natura e probabilmente a giusta ragione; serviva quindi uno strumento che attraverso il consenso condiviso aiutasse l’uomo ad avere fiducia nell’uomo e a generarne a sua volta.

La blockchain può essere lo strumento? Forse si, ma lo vedremo nel tempo, una cosa è certa: con la blockchain un diamante è davvero “per sempre”. Ma su una cosa la blockchain non vi può aiutare: l’autenticità del sentimento di chi lo riceverà in dono…perché quella resta una faccenda di cuore. I sentimenti non si possono blockchainizzare, per ora.

Emanuela Campari Bernacchi e Gioacchino Rinaldi