Q&A… about Fintech

Q: Cos’è il FinTech?

A: Letteralmente è un’abbreviazione che sta per “Financial Technology” – nella sostanza si tratta della fornitura di servizi e prodotti finanziari mediante l’impiego di sofisticate tecnologie, tra cui, intelligenza artificiale, algoritmi e piattaforme digitali.

Il Financial Stability Board ha fornito una definizione ufficiale di FinTech qui di seguito riportata: ‘technologically enabled financial innovation that could result in new business models, applications, processes or products with an associated material effect on financial markets and institutions and the provision of financial services’.

Q: quali sono i vantaggi apportati dalla tecnologia al mondo della finanza?

A: ottimizzazione della gestione e della lettura dei big data, assessment più veloce e puntuale del rischio di credito associato ai fruitori dei servizi bancari/finanziari, rilevazione automatica di eventuali dati mancanti o incompleti nelle procedure di KYC, due diligence e valutazione del merito creditizio, riduzione delle frodi e dell’errore “manuale”, nonché velocizzazione e automatizzazione di una serie di processi interni alla banca/intermediario e/o rivolti al consumatore/fruitore finale del servizio.

Q: perché il FinTech rende più semplice l’accesso al credito da parte delle aziende?

A: l’impiego della tecnologia consente da un lato di efficientare processi di erogazione del credito/finanziamento esistenti, semplificandoli. Qualche esempio:

  • trade financing/invoice financing tramite piattaforme tech;
  • inventory finance realizzato con l’ausilio di smart device e smart contract;
  • emissione di strumenti finanziari su registro distribuito.

Il FinTech inoltre introduce nuove forme, alternative, di finanziamento. Qualche esempio:

  • piattaforme di social lending/P2P e di crowdfunding;
  • emissione di token.

Q: Andando più nel dettaglio: in cosa consiste ciascuna forma di “tech financing” tra quelle sopra elencate?

A: Di seguito qualche semplice rappresentazione grafica accompagnata da una didascalia a titolo di esempio.

  1. Trade Financing/Invoice Financing

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La piattaforma FinTech (in sostituzione di un factor tradizionale) consente di:

  • velocizzare le decisioni del merito creditizio grazie a un algoritmo ed erogare quindi credito in poche ore (attraverso l’upload della fattura sul sito web della piattaforma);
  • ampliare la platea degli investitori. La Piattaforma (intermediario finanziario debitamente autorizzato in Italia) crea infatti un link tra investitori ed aziende.

2. Inventory financing tramite piattaforma DLT

L’inventory financing consiste nel finanziamento di tutto o parte del magazzino avente un valore apprezzabile. Ciò consente alle aziende sia di grande che di medio/piccola dimensione di valorizzare le materie prime, i semi-lavorati o anche i prodotti finiti, presenti nei propri magazzini, senza doversene spossessare. Il magazzino costituisce infatti il collateral a supporto dell’operazione.

L’uso della blockchain e degli smart contract agevola l’erogazione del credito tramite la tecnica del cosiddetto “inventory financing” da parte delle banche alle aziende, garantendo maggiore trasparenza, piena tracciabilità e un controllo in tempo reale dei beni presenti in magazzino.

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3. Emissione di strumenti finanziari su registro distribuito

La blockchain può costituire un’innovativa infrastruttura tecnologica mediante la quale automatizzare l’intero ciclo di vita di uno strumento finanziario, inclusa la fase di pagamento delle cedole a ogni singolo investitore, a ogni data prefissata. Ciò significa che l’emittente può direttamente e automaticamente pagare gli interessi e rimborsare il capitale agli investitori in linea con quanto stabilito dal codice inserito nello smart contract, che evidentemente è stato scritto sulla base dei contenuti del regolamento del bond.

La blockchain può avere applicazioni molto interessanti anche sul fronte dell’organizzazione di assemblee degli azionisti/obbligazionisti, facilitando il lavoro delle agenzie di proxy. Ciò significa che buona parte delle attività oggi svolte manualmente dalle diverse controparti tecniche potranno essere automatizzate, con conseguente riduzione dei margini di errore e dei costi.

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Piattaforma blockchain in sostituzione dell’ordinario sistema di regolamento e compensazione

4. Piattaforma di social lending/P2P e di crowdfunding

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5. Emissione di Token

Le offerte di token sono operazioni finanziarie attraverso cui una società può ottenere nuova finanza, o nuovo capitale, per la realizzazione dei propri progetti imprenditoriali in cambio di c.d. “crypto-asset” (altresì noti con il termine di “token”).

In data 19 marzo 2019, la Consob ha pubblicato un documento per la discussione relativo alle offerte iniziali e agli scambi di cripto-attività (token) con l’obiettivo di sollecitare il mercato ad assistere l’Autorità nell’ambito del processo di definizione di un framework legale in Italia che disciplini la cosiddetta “tokenizzazione” e consenta l’emissione di token sul mercato.

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Valentina Lattanzi

Crowd economy & Tokenization

Alcuni pensieri su come è possibile creare un’economia distribuita.

Ho già avuto modo di scrivere qualcosa sulla mia idea di Crowd Economy, ovvero di un’economia che riporta al centro le persone ed i consumatori, in cui tutti possiamo diventare parte del servizio e del prodotto offerto.

Già oggi è possibile diventare piccoli azionisti di startup o piccole e medie imprese che cercano di sviluppare nuove soluzioni e che hanno come obiettivo unico la soddisfazione del cliente. Il crowdinvesting, ha aperto a tutti la possibilità di farlo, semplicemente, comodamente online e a partire da poche centinaia di €.

Le motivazioni sono le più diverse: partecipare all’economia reale, veder crescere un giovane progetto, ottenere un ritorno economico (potenzialmente alto e rischioso), ma soprattutto diventare parte di un servizio o prodotto che come consumatore vogliamo vedere nascere.

Piccole aziende oggi riescono a raccogliere cifre importanti, anche milioni di €, per crescere e realizzare soluzioni che incontrano le esigenze dei consumatori, coinvolgendo principalmente i loro stessi clienti.

Oggi è possibile vendere un prodotto prima di averlo completamente realizzato, con il sostegno di potenziali clienti in tutte le parti del mondo, grazie al crowdfunding.

Aziende in tutto il mondo stanno ottenendo prestiti da privati, per finanziare le loro attività, disintermediando i classici canali di accesso al credito poco attenti alle rivoluzioni in corso, grazie al crowdlending.

Questa voglia di partecipare, anche definita Finanza Alternativa — forse denominata così per non farla sembrare troppo pericolosa per la Finanza Tradizionale — ha creato nuove regole e nuovi rapporti tra le persone, resi possibili dalla tecnologia.

Ma proprio la tecnologia, in tutta questa rapida e continua evoluzione, sembra aver fornito delle armi nuove per favorire una ancor più rapida evoluzione e distribuzione dei benefici dell’economia. Grazie alla tecnologia, infatti, oggi vediamo nascere anche organizzazioni decentralizzate, che rappresentano il completamento, autonomo e digitale, della crowd economy.

Abbiamo visto come, dopo la nascita di Bitcoin, sia diventato possibile creare organizzazioni autonome, gestite tramite protocolli crittografici e nelle quali la governance è completamente decentralizzata. In tutto questo svolgono un ruolo centrale i token ed i modelli attraverso i quali è possibile rendere “trasportabili” digitalmente asset diversi: la tokenizzazione.

Cos’è la tokenizzazione?

Questo nuovo ecosistema tecnologico è in veloce espansione, principalmente grazie ad Ethereum che è certamente la blockchain più diffusa e consente oggi di usufruire del maggior numero di applicazioni e soluzioni tecnologiche.

La tokenizzazione di un asset reale (immobiliare, mobiliare, etc) altro non è che la sua rappresentazione digitale attraverso uno strumento fungibile e facilmente trasferibile (il token), le cui movimentazioni sono trascritte in forma immutabile sua una blockchain.

Grazie a Ethereum ed allo standard ERC20 sono nati diversi progetti che hanno consentito la tokenizzazione di varie tipologie di asset. L’esempio principale di un asset reale trasferito in un token, è rappresentato dai Security Token, ovvero token che hanno come sottostante uno strumento finanziario (azioni, bond, quote di fondi, etc) e posso essere utilizzati per gli scopi per cui è si è sviluppata la crowd economy.

Crowd economy e token

Le fondamenta su cui si basano i principi della crowd economy, sono molto banali, ma al tempo stesso molto difficili da incontrare nell’era moderna: fiducia e trasparenza.

Non può esistere un legame tra consumatore e azienda, a maggior ragione legato da una partecipazione attività (di tipo societario, finanziario o meramente di sostegno) che non si basi su questi principi.

Dunque la tecnologia viene in soccorso e, grazie alla blockchain ed all’utilizzo di token, la gestione dei rapporti può avvenire in forma completamente automatizzata, senza la necessità fidarsi di qualcuno (trustless protocols — i protocolli crittografici di cui parlavamo prima) ed in forma completamente trasparente ed immutabile, visto che le transazioni saranno registrate sulla blockchain.

Un security token quindi, può rappresentare oggi la perfetta chiave per interpretare le esigenze di un’economia davvero distribuita.

Ad esempio possiamo creare un security token, emesso da una startup, che consente di monitorare i flussi di cassa della società ed automatizzare il pagamento dei dividendi ai possessori.

Oppure possiamo immaginare un security token, il cui sottostante è un contratto di finanziamento, che automaticamente consente di ricevere gli interessi generati e distribuirli ai finanziatori.

In questo senso si stanno muovendo anche le autorità internazionali, come ci ricorda Valentina su Tech-Mood, e siamo quindi fiduciosi che regole chiare potranno rendere ancora più immediata l’implementazione di questi strumenti.

Esistono ancora tante incognite, di natura legale e tecnologica, ma quello che è certo è che potremo presto costruire un’economia realmente distribuita, i cui benefici siano disponibili a tutti quelli che decidono di farne parte.

Matteo Masserdotti

“Blockchain, al vostro servizio!”

Contrariamente all’iniziale timore del mercato finanziario (classicamente inteso) sugli impatti “disruptive” della blockchain che ha accompagnato, dai suoi albori, la diffusione della stessa — in alcuni casi, purtroppo — frenandone un auspicato sviluppo, stiamo finalmente notando una controtendenza.

Questo significativo cambio di rotta si deve ad una serie di fattori di diversa natura, ma certamente tra loro direttamente collegati — che riassumerei, semplificando, in due macro aree: la stretta regolatrice, da un lato, e i primi esiti dei progetti pilota legati alla blockchain, dall’altro.

Uno studio più attento della blockchain e dei suoi impatti sul mercato dei capitali, nonché sui tradizionali ecosistemi finanziari, ha infatti mostrato come la blockchain o meglio — l’utilizzo di tale tecnologia — sia d’aiuto per una più efficiente prestazione dei servizi finanziari e di investimento.

A dispetto quindi del diffuso convincimento che la blockchain sia necessariamente sostitutiva degli attori istituzionali del mercato dei capitali e quindi per certi aspetti “sovversiva”, sempre più l’esperienza ci sta mostrando come invece la stessa possa essere uno strumento efficace per potenziare, migliorare ed “efficientare” prodotti e servizi finanziari esistenti e consolidati, oltreché per far certamente da volano alle esperienze più recenti, ma altrettanto positive, del peer-to-peer lending, del crowdfunding e della sharing economy.

Prova ne è il fatto che i maggiori operatori istituzionali di mercato, le Autorità di Vigilanza, e i mercati di scambio stanno investendo (sempre meno timidamente) nell’utilizzo della blockchain, anche con iniziative condivise, sia nella sperimentazione di “progetti pilota” a livello sistemico, sia per la diffusione di quella che sembra destinata ad essere una vera e propria rivoluzione “culturale” (più che tecnologica, a detta degli esperti del settore) del ventunesimo secolo. La consapevolezza infatti che si sta piano piano diffondendo tra gli operatori sistemici è che un mercato virtuoso non possa che integrare i vantaggi della DLT per migliorare i propri servizi, sia in termini di velocità e trasparenza nell’esecuzione che di significativa riduzione dei costi.

Dallo studio di alcuni use cases realizzati in ambito strettamente finanziario sono apparsi infatti immediatamente evidenti i pregi della DLT.

Mi riferisco in particolare alle più note esperienze positive ad oggi realizzate sul mercato — dal (non più recentissimo) riconoscimento di Overstock (piattaforma di trading interamente basata su DLT) da parte della SEC quale MTF, avvenuto nel 2015 — sino alle più recenti esperienze degli ultimi mesi, i.e. l’emissione da parte della World Bank di una nuova classe di bond interamente effettuata su blockchain nell’agosto 2018, nonché l’implementazione di una significativa operazione di trade finance realizzata da HSBC e ING a favore di Cargill (US), conclusasi con successo nell’autunno dell’anno in corso. Non mi soffermo ulteriormente su queste esperienze, di cui abbiamo recentemente parlato nel nostro blog (qui l’intervista di Emanuela pubblicata sul nostro sito), ma vorrei solo porre l’accento sul fatto che i vantaggi della blockchain stanno a mano a mano diventando sempre più “reali e verificabili”.

Da una serie di stime di primari istituti bancari domestici e internazionali, è infatti emerso che il cost saving, legato all’implementazione della tecnologia DLT nel mondo del trade finance, dell’identity management, dei cross border payment, e finanche del trading di strumenti finanziari, arriverà a sfiorare, complessivamente, 110 miliardi di euro entro il 2022.

Per un ulteriore approfondimento su questi aspetti, mi permetterei di segnalarvi un interessante convegno organizzato lo scorso 20 novembre da Academy, centro di formazione del London Stock Exchange Group e Associazione Intermediari Mercati Finanziari (ASSOSIM), in Borsa Italiana, cui hanno preso parte alcune tra le principali istituzioni bancarie e finanziarie (oltre ad ATS e SIA), e in cui, con una serie di interventi mirati, gli operatori intervenuti hanno fornito alcuni dati, stime, use cases — connessi all’utilizzo della DLT — sottolineandone, tutti, un’auspicata implementazione in tempi rapidi.

A questo link trovate i maggiori contributi dei panelists…a questo punto, buona lettura e buona blockchain a tutti!

Valentina Lattanzi

Finanza 4.0: tra Innovazione e Regolamentazione

Mi occupo di finanza strutturata e di operazioni di cartolarizzazione da più di dieci anni. Fortunatamente ho iniziato ad operare in questo settore quando la cartolarizzazione non era più una “start up” del diritto ma un prodotto che (tra alti e bassi) era già conosciuto tra gli operatori di mercato. Infatti, l’istituto giuridico “cartolarizzazione” è stato introdotto più di diciotto anni fa nel panorama legislativo italiano (mediante la legge n.130 del 1999), ma i pionieri della materia — già prima del 1999 — avevano iniziato a “sperimentare” tale tipologia di operazioni in Italia. Ai tempi, si trattativa, quindi, di una vera e propria operazione di “ingegneria finanziaria” una novità assoluta per il panorama italiano: pertanto i soggetti coinvolti in tali operazioni hanno dovuto affrontare e risolvere numerose e complesse problematiche. Solo per citarne alcune:

(1) l’assenza di un panorama legislativo nazionale di riferimento;

(2) l’organizzazione dell’operazione e la ripartizione delle competenze all’interno della stessa;

(3) l’intreccio di diverse discipline/punti di vista (economico, giuridico, finanziario, di business) da contemperare e calmierare in modo da creare una sintesi quasi perfetta.

Dare una risposta a tutti questi ha richiesto agli operatori che avevano raccolto la sfida un lavoro di approfondimento ed aggiornamento costante e la necessità di assumere un approccio “multi-disciplinare” anche indossando “diversi cappelli” (quello del legale, quello del contabile, quello dello strutturatore, quello del business) — e per-di-più non solo una alla volta (ma anche più di uno contemporaneamente!!!) per cercare di trovare modelli funzionanti che premettessero di far funzionare la “cartolarizzazione” nel contesto giuridico/economico italiano.

Per far questo si è partiti da un elemento fondamentale: la “Regolamentazione”. Oggi parlare di regolamentazione non è molto di moda, anzi questo termine è stato più volte accantonato preferendo il suo antitetico “De-regolamentazione”. In realtà, l’esperienza ci ha insegnato che la strada vincente è quella del giusto equilibrio tra i due “termini”:

(1) se da un lato una regolamentazione eccessiva, non organica e non sistematica determina la c.d. “burocratizzazione” ingessando i processi produttivi e determinando l’incertezza giuridica (e purtroppo noi legali conosciamo bene questo problema); dall’altro

(2) l’assenza totale di norme e regolamentazione, il c.d. “far-west normativo” determina lo stesso effetto di incertezza e di difficoltà nell’attuazione compiuta e di successo di nuovi processi.

Tornando alla cartolarizzazione, prima del ’99 (in assenza di regolamentazione in Italia) gli operatori hanno attinto (e “rubato”) dalle esperienze anglosassoni e di common law per importare in Italia un modello funzionante di operazioni e poi hanno spinto per avere una legge in Italia (la legge n.130 del 1999) che regolamentasse, in maniera compiuta ed intelligente, le operazioni di cartolarizzazione. Tale legge (composta di pochi Articoli) rappresenta un’eccellenza nel panorama legislativo italiano tant’è che la cartolarizzazione, oggi, è uno strumento di successo utilizzato in svariate tipologie di operazioni finanziarie (e.g. dismissioni di distressed asset/ ristrutturazioni aziendali/funding etc.).

Naturalmente dal 1999 ad oggi, il mercato delle cartolarizzazioni si è “evoluto” migliorando-si e completando-si attingendo dalle varie opportunità e situazioni che un mercato molto fluido come quello finanziario poteva offrire. Per cui se le prime emissioni avvenivano mediante titoli cartacei, oggi i titoli, nella stragrande maggioranza dei casi, sono de-materializzati (cosa che permette un più agevole trasferimento degli stessi nonché un processo di funding e pagamento più efficiente). Oppure se all’inizio il flusso informativo nel contesto dell’operazione (reportistica periodica/informativa alle parti) era più farraginoso e complesso, oggi tramite internet/PEC/firma digitale il flusso informativo è rapido e anche di facile tracciabilità.

Inoltre, l’evoluzione non ha riguardato solo il modo di offrire il prodotto “cartolarizzazione” (quindi in termini più efficienti ed efficaci) ma ha portato un evoluzione anche del sistema finanziario italiano: facendo nascere nuovi operatori capaci di offrire nuovi servizi (oggi leader sul mercato), facendo nascere sinergie di successo tra nuovi operatori e operatori tradizionali e, infine, “costringendo” gli operatori tradizionali ad offrire nuovi prodotti e servizi.

Questa breve digressione sul mondo della finanza strutturata e delle cartolarizzazioni per sottolineare come oggi all’alba della 4 rivoluzione digitale, la “storia si ripete”: siamo davanti ad un evoluzione tech-nologica e finanziaria senza precedenti. Leggiamo, quotidianamente di blockchain, crowfunding ed alternative lending, smart-contract, ICO come elementi “disruptive” (di rottura, rivoluzionari rispetto allo stato attuale delle cose), in realtà proprio rifacendoci alla storia delle cartolarizzazioni, le opportunità “tech” che sono messe oggi a disposizione della finanza devono essere viste come opportunità di “evoluzione”:

(1) evoluzione per i servizi ed i prodotti finanziari “esistenti”: ad esempio pensiamo a tutti i vantaggi che la block-chain potrebbe portare nel contesto di emissioni di asset-backed-securities o di bond — non distruggendo quanto fatto finora ma apportando dei benefici in termini di efficienza ed efficacia e di cost saving nelle operazioni stesse;

(2) evoluzione del mercato: con l’introduzione di nuovi servizi e nuove opportunità e con la creazione di sinergie tra nuovi e vecchi operatori; ed

(3) evoluzione degli operatori esistenti: oggi non a caso parliamo di Banca 4.0 (banca capace di adattare le nuove tech-nologie al proprio processo di business).

Ma come evidenziato in precedenza, l’“evoluzione” tech-nologica non può non andare a “braccetto” con una regolamentazione equilibrata, sistemica e capace di sintetizzare le diverse esigenze in “gioco” in tale processo innovativo (mercato/business/economiche) in modo da creare una cornice normativa snella, efficace e che sia capace di tutelare in maniera equilibrata il mercato e gli operatori che in esso operarono (fornitori e clienti).

Salvatore Graziadei

La leva calcistica 4.0

Francesco De Gregori, in uno dei pezzi più belli dedicati al mondo del calcio, afferma che “un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. Il giocatore in questione avrebbe poi vestito la maglia numero 7 nella propria squadra (un’ala destra cuore e polmoni alla Bruno Conti (per i più nostalgici), oppure un attaccante moderno e devastante alla Cristiano Ronaldo (per i più moderni)).

Volendo provare ad adattare il testo della “Leva calcistica del 68” al mondo del calcio all’alba della quarta rivoluzione digitale, possiamo senz’altro affermare che una squadra di calcio che intenda avvicinarsi al paradigma dell’impresa 4.0 e proporsi come squadra “tech” la vedi sicuramente dal “coraggio” e dalla “fantasia”

Parliamo del coraggio: è davvero difficile pensare al mondo del calcio quale antesignano delle evoluzioni tecnologiche; al contrario, le novità tecnologiche fanno breccia (quando ci riescono…) nell’universo del pallone molto lentamente e scalfire prassi e abitudini consolidate nel tempo risulta essere impresa assai ardua. Pensiamo al compianto Aldo Biscardi che, nel suo storico “Processo”, aveva fatto della moviola in campo un vero e proprio tormentone televisivo e che non è riuscito a vedere nessuna partita arbitrata con l’uso della VAR. Oppure pensiamo alle “drammatiche” scene consumate nelle ultime ore di calcio-mercato con veri e propri improbabili lanci “fisici” di contratti nella sede della Lega Calcio (ricordate Pastorello nel 2008?) per tesserare l’ultimo campione (al foto-finish), o di affari di mercato saltati per inefficienze strutturali (come dimenticare “l’assenza dell’internet” funzionante denunciata da Mino Raiola nel 2013 che costò il naufragio di una trattativa di calcio-mercato che sembrava esser conclusa).

Parliamo della fantasia: navigando nella rete, digitando i termini blockchain e calcio in qualsiasi motore di ricerca abbiamo una varietà abbastanza ampia e fantasiosa dell’uso delle cryptocurrency, dei token o della tecnologia associata al mondo del pallone. Possiamo ad esempio leggere del primo trasferimento di un calciatore turco pagato con bitcoin, oppure (il caso del Rimini) di quote di un club pagate in criptovaluta; così come possiamo scoprire delle piattaforme innovative che offrono servizi tech di vario tipo al mondo del pallone: ad esempio “Tifosy” (che annovera tra i soci fondatori un campione come Gianluca Vialli) che offre ai club la possibilità di raccogliere risorse finanziarie (mediante forme tecniche diverse) dai propri supporter (o da semplici investitori) grazie ad un processo interamente on-line, trasparente e regolamentato; oppure “Socios” (fresca di un accordo di partnership pluriennale con la Juventus) che è una piattaforma di blockchain che permette di realizzare un “Official Fan Token” (vale a dire un gettone o più semplicemente una tessera fedeltà 4.0) che può essere scambiato sulla piattaforma dai tifosi e usato dagli stessi per interagire con il proprio club del cuore mediante sistemi di rewards, polls e votazioni.

Al momento quello che sembra mancare nell’industria calcistica è il giusto mix di “fantasia” e “coraggio” che permetta la realizzazione di un progetto “ad ampio respiro” teso ad abbracciare la digitalizzazione ed il mondo tech a 360 gradi, invece di fermarsi a singoli progetti mirati o a singole iniziative sporadiche. I club che per primi sapranno avvicinarsi al paradigma delle imprese 4.0 sfruttando al meglio le potenzialità delle innovazioni tech (i.e. token — crowdfunding — blockchain –smart contract), mixandole e adattandole al proprio modello societario e di business, vincendo la “paura” della digitalizzazione (un po’ come ha fatto Nino “vincendo la paura per il calcio di rigore” — per ritornare a De Gregori), potranno non solo ottenere vantaggi competitivi importanti nei confronti delle proprie concorrenti, ma possono fare “da volano” per tutto il sistema-calcio spingendo per la sua modernizzazione e per renderlo sempre più fruibile ed accessibile ai milioni di appassionati, nel mondo, di questo fantastico sport.

Quando il prodotto è gratis….sei parte del prodotto: l’evoluzione della crowd economy

E’ bello osservare come questo periodo di evoluzione incredibile che stiamo vivendo abbia poco a poco reso possibili alcune idee che si immaginavano impossibili o che pensavamo confinate solo ai racconti di fantascienza.

Eppure grazie alla tecnologia oggi è possibile offrire servizi dall’altra parte del mondo senza esserci mai stati fisicamente, è possibile scambiarsi prodotti senza aver mai visto in faccia i nostri interlocutori, è possibile far ritornare dei razzi sulla terra e parcheggiarli come un’utilitaria.

Oggi l’innovazione, soprattutto grazie alla digitalizzazione, ha permesso un’evoluzione globale in brevissimo tempo di processi e servizi che fino a poco tempo fa neanche immaginavamo.

I modelli di business si sono evoluti. Dalla produzione di beni e servizi da vendere a terzi, alla condivisione di beni e servizi tra terzi attraverso piattaforme digitali. Si chiama sharing economy.

Le piattaforme che per prime hanno cavalcato il fenomeno della sharing economy sono nel frattempo diventate monopoliste dei propri settori e così oggi tutti sappiamo che il più grande fornitore di alloggi al mondo non ne possiede nessuno, che l’azienda che gestisce più contenuti al mondo non ne produce nessuno….

Nella lotta per il monopolio del mercato, queste aziende hanno puntato tutto sull’esperienza d’uso dei loro servizi, ossessionate da metriche (CAC, LTV, MAU) che le aziende tradizionali non avevano mai neanche sentito nominare.

I servizi sono diventati ogni giorno di più customer-oriented, fino a definire un nuovo business, quello dei servizi on-demand, che presto si è esteso a tutti i settori dell’economia: dai viaggi ai trasporti, dalla logistica all’organizzazione di eventi, dalla spesa al supermercato alla cosmetica.

Questa nuova ondata di tecnologia, ha incredibilmente riportato al centro dell’offerta il consumatore, ha riportato al centro le persone.

E’ la crowd economy, l’evoluzione

I fanatici della privacy, continuano a raccontare la storia che quando un prodotto è gratis, il prodotto sei tu. A me piace pensare che siamo parte del prodotto.

Alcuni nuovi modelli di business mettono in chiara luce come invece lo sviluppo di community sempre più orientate ad un rapporto peer-to-peer, generi nuovo valore per i partecipanti e non solo per le piattaforme sulle quali si svolgono.

La crowd economy nasce come evoluzione del crowdsourcing, ovvero la possibilità di delegare ad una folla indeterminata di persone (il crowd, la folla) un processo aziendale esternalizzato (-outsourcing), con le community open source che per prime hanno usufruito di questi modelli.

In pochi anni al crowdsourcing si sono affiancati nuovi modelli che, grazie al supporto della folla ed alla diffusione di Internet, hanno visto la luce: il crowdfunding, il crowdinvesting, il crowdlending etc.

La rapida evoluzione di questi nuovi servizi ha favorito un sempre maggiore utilizzo da parte delle persone, che in una logica di condivisione e partecipazione alla crescita: investono in progetti ed imprese, finanziano il credito dei consumatori, pre-acquistano i biglietti di un concerto finanziando la band.

Rendono insomma più democratici, inclusivi e distribuiti i benefici di un’economia che oggi è sempre più partecipativa.

Qual’è il vero valore della crowd economy?

Certo potremmo sempre dire che è più facile convincere un impiegato di banca, piuttosto che duecento sconosciuti, per finanziare la mia attività. Perché fare tanto casino per ottenere lo stesso beneficio?

Il ricorso al crowd, alla folla, dev’essere visto come un’opportunità unica per condividere un percorso, per creare una community di persone intorno al mio servizio o prodotto.

La crowd economy è riuscita ad estrarre il vero valore che è alla base della partecipazione ad una community. Dove piattaforme come Facebook e Uber non sono ancora riuscite a consolidare il loro rapporto con la community, nascono ogni giorno aziende con modelli in cui la partecipazione è inclusiva e non dettata solo da algoritmi.

Quando riusciamo a farci finanziare da duecento persone, non otteniamo solo soldi: otteniamo utilizzatori del nostro servizio, fidelizziamo clienti e consumatori, ampliamo la nostra base in modo esponenziale.

Un’economia partecipativa che si sta evolvendo sempre più, grazie alla digitalizzazione ed alla diffusione di modelli che rimettono al centro la persona. Un’economia sempre più crowd, un’economia sempre più della folla.

Matteo Masserdotti

Proposta di Regolamento sul crowdfunding e ICO: cosa dovete assolutamente sapere

Si è molto discusso, nelle ultime settimane, della proposta di Regolamento europeo sul crowdfunding e, in particolare, delle modifiche apportate dal Parlamento al testo proposto della Commissione lo scorso 8 marzo.

La proposta di Regolamento intende facilitare l’accesso a forme di finanziamento non bancarie per le imprese che, per ragioni strutturali o a causa delle condizioni di mercato, faticano a finanziarsi tramite i canali bancari tradizionali. Le imprese innovative, le start-up e le società non quotate si troverebbero a disporre di un efficace strumento di finanziamento alternativo, erogato mediante piattaforme di crowdfunding autorizzate e “certificate” a livello europeo e soggette a vigilanza.

L’aspetto di maggiore interesse del testo adottato dal Parlamento riguarda, inoltre, l’introduzione di un primo tentativo di regolamentazione (parziale) delle initial coin offering (ICO), con la previsione della possibilità, per le piattaforme di crowdfunding, di gestire campagne di finanziamento di progetti basati su blockchain attraverso emissione di token.

Siete interessati a lanciare una piattaforma o una campagna di crowdfunding a livello europeo? Avete un progetto basato su blockchain e le valli svizzere non vi attraggono particolarmente?

Ecco cosa dovete assolutamente sapere.

La proposta di Regolamento non riguarda tutte le tipologie di crowdfunding (e di ICO)

Ove definitivamente approvato, il Regolamento non disciplinerebbe tutte e indistintamente le possibili tipologie di crowdfunding, restando espressamente esclusi modelli basati su forme di ricompensa per i finanziatori (cd. reward-based crowdfunding) o su forme di donazione (cd. donation-based crowdfunding).

Resterebbe inoltre esclusa, per espressa previsione normativa, la prestazione di servizi di crowdfunding a favore dei consumatori e, di conseguenza, i prestiti peer-to-peer a favore di soggetti diversi dalle imprese.

Il Regolamento si applicherebbe, invece, alle tipologie di crowdfunding basate:

(a) sull’investimento (cd. equity-based crowdfunding), attraverso il quale gli investitori diventano a tutti gli effetti soci dell’impresa finanziata, mediante l’acquisto di valori mobiliari quali, tipicamente, azioni o titoli equivalenti, e

(b) sul prestito alle imprese (cd. business lending-based crowdfunding), tramite la quale gli investitori possono finanziare un progetto o un’impresa mediante concessione di prestiti, a fronte di un interesse ulteriore rispetto al capitale prestato.

Discorso analogo vale anche per le ICO condotte attraverso piattaforme di crowdfunding, restando espressamente escluse dal relativo ambito di applicazione le ICO con emissione di token che non conferiscono un diritto nei confronti di una controparte (sia essa la stessa emittente o un terzo) quali, tipicamente i token di criptovalute “native”, che costituiscono unità di valore utilizzabili per acquistare beni e servizi da soggetti diversi.

Le disposizioni del Regolamento si applicherebbero, invece, alle emissioni di token che conferiscono diritti nei confronti di una controparte, quali gli utility token, gli equity token e i security token.

Adempimenti light, ma attenzione ai limiti

La tipica agevolazione connessa alle operazioni di crowdfunding riguarda l’esenzione dagli adempimenti normativamente previsti per l’emissione di strumenti finanziari e, in particolare, dell’obbligo di pubblicazione del prospetto e della valutazione di adeguatezza per l’investitore.

Ciò non significa, tuttavia, che le imprese e i gestori delle piattaforme siano esentati da qualsiasi adempimento a tutela degli investitori: la proposta di Regolamento impone, infatti, pervasivi obblighi di trasparenza e di verifica delle conoscenze in campo finanziario dell’investitore e di simulazione della capacità di questi ultimi di sostenere delle perdite.

Il tutto, chiaramente, nei limiti di importo massimo per operazione di crowdfunding, innalzata dal Parlamento a 8.000.000 di Euro per offerta in un periodo di 12 mesi. Si tratta, peraltro, del valore massimo fino al quale gli Stati membri possono esentare le offerte di titoli al pubblico dall’obbligo di pubblicazione di un prospetto ai sensi del Regolamento (UE) 2017/1129.

Infine, sono da tenere in debita considerazione da parte dei gestori delle piattaforme di crowdfunding le previsioni in materia di prevenzione dei conflitti di interesse, outsourcing di funzioni operative e comunicazioni di marketing agli investitori.

Tra autorizzazione europea e regimi nazionali

Chi volesse essere autorizzato a prestare servizi di crowdfunding ai sensi del Regolamento dovrà presentare domanda all’Autorità nazionale competente nello Stato membro (e non all’ESMA, come previsto nella proposta originaria della Commissione), dimostrare l’aderenza ai requisiti previsti e sottoporsi a vigilanza da parte della medesima Autorità.

Ma cosa accade agli operatori già autorizzati all’esercizio di attività di crowdfunding ai sensi delle normative nazionali? La proposta di Regolamento adotta, sul punto, un sistema di “doppio binario”, escludendo espressamente dal proprio ambito applicativo i prestatori che “operano in conformità al diritto nazionale di uno Stato membro”.

I gestori di piattaforme di crowdfunding autorizzati ad operare ai sensi delle normative nazionali potranno quindi decidere di richiedere l’autorizzazione ad operare (anche) a livello europeo sulla base del Regolamento, oppure continuare ad operare a livello puramente nazionale in conformità alla normativa locale.

What’s next?

Il Regolamento sul crowdfunding è ancora alla fase di proposta adottata con emendamenti in prima lettura dal Parlamento europeo.

La proposta dovrà quindi ora essere valutata dal Consiglio, che potrà confermare la posizione del Parlamento e, di conseguenza, adottare definitivamente il Regolamento, oppure modificare la posizione del Parlamento, ritrasmettendo la proposta a quest’ultimo per una seconda lettura.

Tech Mood continuerà a monitorare la situazione e a fornirvi tutti gli aggiornamenti.

Stay tuned!

Marco Galli

La Finanza diventa Alternativa e torna alle origini

Le prime attività di mediazione creditizia (se così le possiamo definire visto le modalità attraverso le quali venivano svolte) risalgono ai tempi dei Greci e dei Babilonesi, quando i templi erano utilizzati per salvaguardare i tesori ed i sacerdoti effettuavano prestiti ai fedeli utilizzando le donazioni di altri fedeli.

Peer-to-peer, si direbbe oggi

Possiamo sicuramente affermare che il momento in cui nei popoli antichi è stata introdotta una politica monetaria, ovvero il momento in cui gli Stati hanno iniziato a coniare una valuta per facilitare lo scambio di beni e servizi, è iniziata anche l’attività di prestito del denaro.

Nel corso degli anni, dal Medioevo al Risorgimento, l’attività finanziaria inizialmente svolta da commercianti e sacerdoti, si è accentrata sempre di più in società che oggi conosciamo con il nome di Banche (che devono il loro nome ai banchi degli antichi romani dove nacquero).

Le principali famiglie europee dell’epoca, che si occupavano di business tradizionali (quali il commercio e il latifondismo) hanno creato o acquisito quelle che sono diventate poi le maggiori Banche del nostro continente e successivamente anche in America. Queste famiglie hanno nomi come: Grimaldi, Doria, Rotschild, Rockfeller, Lazard, Morgan.

Una cosa ha accomunato tutti nel corso del tempo, dai Monti di Pegno del Medioevo alle Banche del Risorgimento, seppur con modi e caratteristiche diverse: il legame con l’Economia Reale.

Il fatto che il servizio, quello di prestare finanza, fosse offerto allo scopo di creare valore nell’Economia Reale

L’evoluzione della Finanza Moderna

Tutta un’altra storia, quella della Finanza Moderna, ovvero l’evoluzione del settore finanziario dalla Rivoluzione Industriale ad oggi.

La base di partenza è a dire il vero molto simile: l’esigenza di maggiori capitali a disposizione della crescita del settore industriale, ovvero dell’economia reale. Una necessità che poteva essere soddisfatta solo con l’accesso ai mercati dei capitali privati da parte delle Banche, che da organizzazioni a gestione famigliare divennero così degli Istituti Finanziari quotati nelle maggiori Borse finanziarie internazionali.

L’eccessivo entusiasmo nella raccolta di capitali sul mercato da parte delle Banche, portò a quella che può essere classificata come la prima importante Crisi Finanziaria, quella del 1929.

Seppure con qualche acciacco, gli Istituti Finanziari si riprendono e nel corso degli anni a venire aumentano la loro presenza e le loro attività, inglobando servizi finanziari e diversificando. Così nascono le grandi banche d’affari, che non si occupano più solo di prestare denaro, ma soprattutto di operare sui mercati finanziari, attività ben più redditizia.

La globalizzazione ed il facile ricorso all’indebitamento da parte degli Stati attraverso la stampa di nuova valuta a cambio di obbligazioni sottoscritte dalle stesse Banche, compiono il resto.

Nel giro di meno di 100 anni la finanza mondiale è gestita da pochi Istituti che influenzano oggi le decisioni politiche ed economiche degli Stati. I nomi li conosciamo: Goldman Sachs, JP Morgan (sì proprio quel Morgan di qualche riga più sopra), Lehman Brothers, etc

Una nuova opportunità: la nascita della Finanza Alternativa

Come capita spesso nella storia, facciamo lunghi corsi e ricorsi, che ci portano di nuovo, inevitabilmente, al punto di partenza. Le persone.

I fatti che hanno scatenato la Crisi del 2008 li conosciamo tutti (perfettamente descritti da Emanuela e gioacchino in questo bellissimo post). Non c’è scampo, tutto cambia, per tornare inevitabilmente al suo stato originale. E allora succede che una delle principali banche d’affari mondiali dichiara bancarotta, le altre vengono contagiate ma salvate grazie all’intervento degli Stati, che hanno arginato (o forse solo rinviato?) il possibile cataclisma.

E proprio dal connubio tra questa, ennesima, Crisi Finanziaria (parola che, solo dal 1929 ad oggi, si è manifestata in 16 eventi a livello globale) e la Digitalizzazione (resa possibile dall’evoluzione di un insieme di fattori tecnologici esponenziali senza precedenti — ma questa è un’altra storia) è nata la Finanza Alternativa. Si torna alle origini, alle Persone.

Perché grazie alla tecnologia ed alla digitalizzazione ora è di nuovo possibile realizzare quello che i sacerdoti Babilonesi per primi sperimentarono. Il Peer-to-Peer, la finanza tra Persone.

Oggi è possibile in pochi click e direttamente dal proprio smartphone o PC, decidere di finanziare qualcuno, o un’azienda, dall’altra parte del mondo o, come più spesso avviene, del Paese.

Esistono piattaforme e applicazioni che consentono di accedere in tempi brevissimi, anche nel giro di 24 ore, a finanziamenti che spesso sono impossibili da ottenere dalle tradizionali Istituzioni Finanziarie. Ormai loro non se ne occupano più, spesso non possono farlo.

E così, nel mondo, il mercato della Finanza Alternativa, che nel 2010 praticamente non esisteva, oggi vale oltre $ 300 Bilion ed è costitutito da migliaia di aziende (startup) che crescono a ritmi vertiginosi ed hanno nomi che accompagnano la loro crescita globale: Lending Club, Crowdcube, Seedrs.

E sì, anche in Italia esistono aziende che si sono specializzate in questo.

Aziende che sono riuscite ad avvicinare di nuovo la finanza all’economia reale, che consentono alle persone di finanziare altre persone.

Hanno nomi che ogni tanto si sentono sui giornali, ma che ancora si stanno ritagliando un loro spazio nel mercato, perché dopotutto in Italia siamo sempre legati alle tradizioni, anche quelle meno buone.

Così Credimi, Soisy, Prestiamoci e la nostra 200Crowd, insieme a tante altre startup, tutti i giorni lavorano duramente per offrire una nuova Finanza, più allargata, partecipata ed inclusiva di come sia mai stata…una finanza davvero Alternativa

Matteo Masserdotti