Guess What #9: contraffazione? E adesso chi lo dice a Imelda?

Mia madre da piccola mi chiamava Imelda Marcos…..che, come sapete, è una politica filippina, vedova dell’ex presidente delle Filippine Ferdinand Marcos, e nota ai più per la sua irrefrenabile passione per le scarpe (il suo guardaroba ne conterebbe un largo circa di 2700), passione che io e Imelda condividiamo praticamente da sempre (seppur in scala decisamente minore).

Nonostante la mia altezza suggerisca l’utilizzo di un tacco 12 (at least), tra le mie scarpe preferite ci sono le sneakers, di qualsiasi tipo, foggia, colore; per questo oggi ho deciso di dedicare qualche riga per celebrare una start-up della Silicon Valley (dove se no?) che ha messo a punto un nuovo metodo per verificare l’autenticità di sneaker di fascia alta.

Le etichette, si sa, possono essere facilmente contraffatte ma se invece la sneaker avesse uno smart tag con un chip associato a una chiave crittografata e memorizzata su Ethereum, le possibilità di contraffazione scenderebbero vertiginosamente fino a schiantarsi a livello 0.

L’acquirente scaricando sul proprio telefono un app potrebbe scansionare il tag e verificare l’autenticità delle sneakers. La start-up che ha lanciato la tecnologia si chiama Chronicled ed il primo a volerla utilizzare è stato il paladino delle sneakers d’autore Dan Gamache (Mache Custom) che ha lanciato una collezione di sneakersmart tag munite” in onore di Kanye West e di sua figlia.

Se considerate che il mercato mondiale delle contraffazioni è stimato in 470 miliardi di dollari all’anno, Chronicled rischia di aver portato sul mercato un’invenzione che può rivelarsi davvero disruptive……però adesso mi viene un dubbio…… ma siamo davvero sicuri che le 2700 paia di scarpe di Imelda fossero tutte originali?

Emanuela Campari Bernacchi

Q&A… about Fintech

Q: Cos’è il FinTech?

A: Letteralmente è un’abbreviazione che sta per “Financial Technology” – nella sostanza si tratta della fornitura di servizi e prodotti finanziari mediante l’impiego di sofisticate tecnologie, tra cui, intelligenza artificiale, algoritmi e piattaforme digitali.

Il Financial Stability Board ha fornito una definizione ufficiale di FinTech qui di seguito riportata: ‘technologically enabled financial innovation that could result in new business models, applications, processes or products with an associated material effect on financial markets and institutions and the provision of financial services’.

Q: quali sono i vantaggi apportati dalla tecnologia al mondo della finanza?

A: ottimizzazione della gestione e della lettura dei big data, assessment più veloce e puntuale del rischio di credito associato ai fruitori dei servizi bancari/finanziari, rilevazione automatica di eventuali dati mancanti o incompleti nelle procedure di KYC, due diligence e valutazione del merito creditizio, riduzione delle frodi e dell’errore “manuale”, nonché velocizzazione e automatizzazione di una serie di processi interni alla banca/intermediario e/o rivolti al consumatore/fruitore finale del servizio.

Q: perché il FinTech rende più semplice l’accesso al credito da parte delle aziende?

A: l’impiego della tecnologia consente da un lato di efficientare processi di erogazione del credito/finanziamento esistenti, semplificandoli. Qualche esempio:

  • trade financing/invoice financing tramite piattaforme tech;
  • inventory finance realizzato con l’ausilio di smart device e smart contract;
  • emissione di strumenti finanziari su registro distribuito.

Il FinTech inoltre introduce nuove forme, alternative, di finanziamento. Qualche esempio:

  • piattaforme di social lending/P2P e di crowdfunding;
  • emissione di token.

Q: Andando più nel dettaglio: in cosa consiste ciascuna forma di “tech financing” tra quelle sopra elencate?

A: Di seguito qualche semplice rappresentazione grafica accompagnata da una didascalia a titolo di esempio.

  1. Trade Financing/Invoice Financing

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La piattaforma FinTech (in sostituzione di un factor tradizionale) consente di:

  • velocizzare le decisioni del merito creditizio grazie a un algoritmo ed erogare quindi credito in poche ore (attraverso l’upload della fattura sul sito web della piattaforma);
  • ampliare la platea degli investitori. La Piattaforma (intermediario finanziario debitamente autorizzato in Italia) crea infatti un link tra investitori ed aziende.

2. Inventory financing tramite piattaforma DLT

L’inventory financing consiste nel finanziamento di tutto o parte del magazzino avente un valore apprezzabile. Ciò consente alle aziende sia di grande che di medio/piccola dimensione di valorizzare le materie prime, i semi-lavorati o anche i prodotti finiti, presenti nei propri magazzini, senza doversene spossessare. Il magazzino costituisce infatti il collateral a supporto dell’operazione.

L’uso della blockchain e degli smart contract agevola l’erogazione del credito tramite la tecnica del cosiddetto “inventory financing” da parte delle banche alle aziende, garantendo maggiore trasparenza, piena tracciabilità e un controllo in tempo reale dei beni presenti in magazzino.

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3. Emissione di strumenti finanziari su registro distribuito

La blockchain può costituire un’innovativa infrastruttura tecnologica mediante la quale automatizzare l’intero ciclo di vita di uno strumento finanziario, inclusa la fase di pagamento delle cedole a ogni singolo investitore, a ogni data prefissata. Ciò significa che l’emittente può direttamente e automaticamente pagare gli interessi e rimborsare il capitale agli investitori in linea con quanto stabilito dal codice inserito nello smart contract, che evidentemente è stato scritto sulla base dei contenuti del regolamento del bond.

La blockchain può avere applicazioni molto interessanti anche sul fronte dell’organizzazione di assemblee degli azionisti/obbligazionisti, facilitando il lavoro delle agenzie di proxy. Ciò significa che buona parte delle attività oggi svolte manualmente dalle diverse controparti tecniche potranno essere automatizzate, con conseguente riduzione dei margini di errore e dei costi.

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Piattaforma blockchain in sostituzione dell’ordinario sistema di regolamento e compensazione

4. Piattaforma di social lending/P2P e di crowdfunding

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5. Emissione di Token

Le offerte di token sono operazioni finanziarie attraverso cui una società può ottenere nuova finanza, o nuovo capitale, per la realizzazione dei propri progetti imprenditoriali in cambio di c.d. “crypto-asset” (altresì noti con il termine di “token”).

In data 19 marzo 2019, la Consob ha pubblicato un documento per la discussione relativo alle offerte iniziali e agli scambi di cripto-attività (token) con l’obiettivo di sollecitare il mercato ad assistere l’Autorità nell’ambito del processo di definizione di un framework legale in Italia che disciplini la cosiddetta “tokenizzazione” e consenta l’emissione di token sul mercato.

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Valentina Lattanzi

From Dungeons & Dragons to Bitcoin and beyond

For some time now, the word Bitcoin is on everyone’s lips, and cryptocurrencies continue to attract a lot of attention in many ways. In one episode of his talk show Last Week Tonight, the comedian Jhon Oliver defined cryptocurrencies ironically as «Everything you don’t understand about money combined with everything you don’t understand about computers». Damn, he is right: cryptocurrencies are neither easy nor immediate to catch wholly. But nothing is impossible yet. To begin with, surely cryptocurrencies are decentralized virtual currencies that are not subjected to any central authority. And — hear ye — virtual currencies do not come out of anything but from videogames and virtual worlds. So, a quick look at the recent development of both videogames and virtual worlds can undoubtedly help to grasp what the term “decentralized” really stands for.

The year 1974 is pivotal for the next evolution of videogames because of the publication of the first edition of Dungeons & Dragons. This famous fantasy role-playing game grounds on a straightforward but successful game model: several players sit around a table performing different characters and leading them through an imaginary world, while a third-party (the so-called Dungeon Master) coordinates, directs and controls them playing the game. As D & D collects new fans worldwide in the late ’70s, the IT industry progresses very fast. Soon it realizes that Dungeons Masters are replaceable by virtual machines that can process the actions of one (or more) characters: the same world that different players used to envisage can be now wholly virtual. So, in the following years, role-playing videogames start spreading worldwide exponentially, also thanks to the success of personal computers and of the first computer networks. As the Internet would have done a little bit later, PCs and computer networks enabled several users to connect simultaneously to a single central processor (the server) and play one with (or against) each other. Players can explore and roam into exciting virtual worlds, meet and defeat enemies, either seizing their booty or earning points to access the next levels: bluntly, players can now experience terrific nights and days glued to a screen. With the new technological advancements, the industry also develops multi-player and “social” videogames, in which groups of players can communicate, interact, cooperate or compete to achieve new things and targets, precisely as it happens in real life. And as in real life, there is no such thing as a free lunch; therefore, virtual currencies are introduced to foster players to exchange within videogames any good and service they are greedy for. Thanks to the rise of the World Wide Web and the progress of computer graphics, developers eventually start designing videogames in which thousands of users play online, connected to one single server.

 

In these contexts of mass entertainment, the characteristics of role-play videogames often blend with those of “social” videogames, making the demand for virtual goods — first and foremost currencies — that speed up one player’s access to more thrilling gaming experiences increase. Consequently, new online intermediaries pop up enabling the creation of secondary markets of virtual goods that loosely work as follows: sellers sell to buyers outside videogames what they have earned inside a virtual world in exchange for fiat money; later, the parties of the contract “meet” again inside the videogame to fulfill the “delivery” obligation. As these secondary markets expand, legal issues start. Indeed, everything — except for payments — is recorded on the server databases that are under the thumb of the companies developing the videogames. Videogame producers denounce players of violating license agreements and try to stop the exchanges of virtual goods appealing for the enforcement of their intellectual property on any item that belongs to the virtual world they designed, virtual currencies included. Moreover, videogame producers justify their claim stating that accumulating virtual currencies precisely to sell them generates negative externalities that affect their virtual worlds and compromise the entertainment experience of those users that do not partake in exchanging virtual goods in secondary markets. As a consequence, videogame producers often block players’ accounts related to the sales of virtual items and expel those users breaching the license agreements from their playing platforms.

 

Thanks to the invention of Bitcoin this state of play can change drastically once and for all. Indeed, what Satoshi Nakamoto created enables to record the change of “ownership” over virtual currencies on a database that is “public” (legally speaking, I would better refer to it as “open”), decentralized and distributed among multiple nodes of a network: the blockchain. Because this database is decentralized and distributed nobody can claim to own it; consequently, the virtual currency related to it does not belong to a single owner anymore (the videogame producer, for instance), but to everyone that is entitled to spend it. Thus, the libertarian philosophy underlying Bitcoin leads to the opportunity of creating new virtual worlds that characterize for players being able to exchange virtual currencies free from any claim of intellectual property. The consequence is twofold: on the one hand, players can start earning profits from their playing skills; on the other, the entire videogame industry can innovate itself significantly. As always, only who embraces innovation sets the pace, and somebody has already started to do it, probably. Indeed, back in 2007, Jeffrey Steefel (an influencing videogame producer) declared that experts in the videogame industry prefigured that a game-changer would have disrupted the whole sector in the following two to five years. Here the words each of us can read in the genesis block of the Bitcoin blockchain: «The Times 03/Jan/2009 Chancellor on brink of second bailout for banks». Of course, we do not know whether Mr. Steefel referred to the crypto-revolution just around the corner. Considering the dates, however, the prediction of the experts was undoubtedly correct.

 

Federico Panisi

This brief article is forthcoming on Coin Store Magazine (n. 2, 2019) edited by Coin Society. For this reason, I warmly thank their founders Edoardo Vecchio and Giuseppe Nicola Spinillo.

Le potenzialità dell’internet delle cose

Immaginate una lavatrice che – in maniera assolutamente autonoma – contatta il fornitore e invia gli ordini quando sta per esaurire il detergente, prenota le date della manutenzione, scarica nuovi programmi di lavaggio da fonti esterne (online), fa partire il lavaggio nel momento in cui il prezzo dell’energia elettrica è più basso: tutto senza alcun intervento umano (anche se dovrete comunque ricordarvi di metterci il bucato).

Questi scenari, e molti altri, saranno realizzati grazie alla crescente industria dell’Internet delle Cose – l’Internet of Things (IoT): le possibilità sono virtualmente illimitate, specialmente quando le potenzialità dell’IoT si combinano con altre tecnologie avanzate.

Eppure, molti ostacoli si frappongono alle interazioni che piano piano andranno a crearsi tra dispositivi sempre più tecnologici e in grado di comunicare tra loro e con gli esseri umani. Tech firms e ricercatori, però, sperano che sia la tecnologia blockchain a rendere possibile il superamento degli ostacoli allo sviluppo.

I problemi dei sistemi centralizzati

Attualmente l’ecosistema dell’IoT si basa su modelli centralizzati: i dispositivi sono identificati, autenticati e connessi attraverso server cloud che richiedono enorme potenza a livello computazionale e di storage. E mentre questi sistemi hanno permesso di sviluppare l’interazione uomo-macchina fino a oggi, non saranno idonei a portare l’IoT al nuovo livello tecnologico che, pian piano, sembra stagliarsi all’orizzonte.

Le soluzioni IoT esistenti sono costose a causa degli alti costi infrastrutturali e di manutenzione: tantissimi metri quadri di server, materiale hardware per la connessione… l’enorme entità delle comunicazioni/interazioni che dovranno essere processate quando l’IoT raggiungerà il suo ulteriore sviluppo, richiederebbe un aumento esponenziale di questi costi.

E’ impossibile pensare, nello scenario attuale, che un’unica piattaforma possa connettere tutti i device. Non c’è neanche garanzia che servizi cloud offerti da provider differenti siano interoperabili o compatibili. Inoltre, il fatto che i dispositivi sono di proprietà di soggetti diversi – e “tarati” su infrastrutture differenti – rende molto difficile, a oggi, un’efficiente comunicazione machine-to-machine (M2M).

La decentralizzazione dei network IoT

Un approccio decentralizzato all’IoT risolverebbe molti dei problemi indicati.

L’adozione di un modello di comunicazione peer-to-peer standardizzato che sia in grado di processare centinaia di miliardi (!) di transazioni tra diversi device, potrebbe ridurre esponenzialmente i costi relativi all’installazione e alla manutenzione di enormi data center centralizzati, redistribuendo le capacità computazionali e di storage tra i miliardi di dispositivi parte della rete. Inoltre, tutto ciò avrebbe il vantaggio di prevenire che single failure all’interno di un punto nodale del network possano causare un collasso dell’intero sistema.

Ma non è tutto oro quel che luccica: temi importanti dovranno essere risolti affinché un modello decentralizzato possa validamente imporsi, primi tra tutti i problemi legati alla sicurezza. E quando si parla di un network di IoT, i temi legati alla sicurezza sono ben più numerosi che quello – già molto importante – relativo alla protezione di dati sensibili.

Le soluzioni tecnologiche che risulteranno vincenti saranno quelle capaci di proteggere privacy e sicurezza dei dati circolanti nei network IoT decentralizzati e, al contempo, di offrire forme di validazione e consenso che assicurino transazioni rapide, di importi anche minimi, a prova di truffa e furto di dati.

L’approccio Blockchain

La blockchain offre un’efficace soluzione ai problemi propri di una piattaforma di comunicazione peer-to-peer.

La tecnologia blockchain ha già dato prova dei propri vantaggi nel mondo dei servizi e delle infrastrutture finanziarie, garantendo servizi di pagamento peer-to-peer senza la necessità di alcuna trusted third parties nel mezzo (anche se molti sono gli sviluppi ancora necessari anche nel settore finanziario).

Ma l’applicazione del blockchain all’IoT non sarà certo priva di ostacoli e di problemi da sormontare.

Il concept di base può essere applicato al mondo IoT per coadiuvarne lo scale-up, permettendo a miliardi di dispositivi di condividere lo stesso network senza la necessità di risorse ulteriori. La blockchain risolverebbe anche il tema del potenziale conflitto tra diversi venditori, fornendo uno standard nel quale tutti hanno stessi benefici. Ciò aiuterebbe a sbloccare quelle comunicazioni M2M che sono praticamente impossibili sulla base di altri modelli, e ci sarebbe terreno fertile ed inesplorato per nuovi proof-of-concept.

La combinazione tra IoT e blockchain è già iniziata, supportata sia da startup che dai giganti dell’high-tech.

La combinazione tra IoT e blockchain sta già creando la possibilità di una economia circolare, dove le risorse possono essere condivise e riutilizzate invece che acquistate una sola volta e cestinate dopo l’utilizzo. La piattaforma blockchain Ethereum ha testato il concetto di blockchain-powered IoT, e idee molto interessanti sono state proposte, incluso il campo della distribuzione dell’energia e del pagamento delle bollette di elettricità e gas.

La criptovaluta IOTA

Nuove cripto valute hanno come obiettivo proprio quello di essere scambiate e produrre valore nelle transazioni macchina-macchina e uomo-macchina: è il caso di IOTA, cripto valuta che già dal nome lascia intendere come abbia in focus il settore IoT. L’obiettivo della moneta è quello di essere utilizzata per le micro transazioni tra gli smart device, che risulterebbero eccessivamente costose se effettuate tramite la blockchain bitcoin.

IOTA si basa su una tecnologia che è molto diversa dalla blockchain: è la tecnologia tangle.

Il Tangle è un “reticolo” dove le transazioni sono eseguite in parallelo e non in blocchi come nella blockchain (dove per risolvere un blocco deve prima essere risolto il blocco precedente).

Inoltre Tangle è davvero una tecnologia user-based perché non impiega miner: a verificare le transazioni, molto più leggere e parallele l’una all’altra, sono gli stessi utenti, che destinanto una piccola parte del loro minimo potere computazionale a verificare la micro-transazione precedente, in una virtuosa “catena di Sant’Antonio”. Gli utenti, quando inoltrano una transazione sul circuito, devono verificare almeno 2 transazioni precedenti, prima di poter istruire la propria. Ognuno mina un po’, senza necessità di super computer o di super macchinari (basta lo smartphone per verificare due transazioni).

E’ ancora troppo presto per affermare se la tecnologia blockchain sarà la risposta definitiva ai problemi dell’industria IoT. Tuttavia, la combinazione blockchain-IoT è  molto promettente per il futuro dell’IoT, dove network decentralizzati e autonomi avranno un ruolo decisivo.

Gioacchino Rinaldi

 

E se davvero arrivasse Facecoin?

Facebook sta pensando ad una nuova cryptovaluta per effettuare pagamenti tramite Whatsapp. Cosa succederà se riesce?

Facebook è da tempo alla ricerca di una nuova identità. Il social network più famoso al mondo ha perso contatto con la sua community, schiavo delle sue scelte in tema di privacy e di gestione dei dati, Facebook sta affrontando una crisi costante che sta allontanando tanti utenti e soprattutto non attrae più le nuove generazioni.

In questa crisi mistica, sembra che Facebook stia studiando nuove opportunità sfruttando il potenziale della blockchain ed in particolare creando una nuova crypto che verrebbe utilizzata attraverso Whatsapp per effettuare pagamenti: FaceCoin.

FaceCoin dovrebbe essere una stablecoin, ovvero una cryptovaluta legata al valore di un’altra moneta, idealmente fiat, come il dollaro o l’euro o, come si pensa, ad un insieme di varie valute.

Perchè quindi una stablecoin? Principalmente per evitare le fluttuazioni del prezzo e mantenere la stabilità della propria valuta, proprio come funziona per alcuni paesi emergenti la cui valuta non è sufficientemente stabile e così si legano ad altre valute più forti.

Ma per Facebook, certamente, questo passo significa molto di più che una semplice, nuova, cryptovaluta. Immaginiamo quindi che FaceCoin diventi realtà, cosa dobbiamo aspettarci?

Whatsapp è una realtà con oltre due miliardi di utenti in tutto il mondo, che facilita milioni di conversazioni tutti i giorni, la cui sicurezza è più volte stata messa alla prova, ma mai perforata. Quello che possiamo immaginare è quindi l’utilizzo di FaceCoin come forma di pagamento con la quale tutti questi utenti che quotidianamente si scambiano messaggi, da un giorno all’altro si troverebbero un’applicazione con la quale pagare e scambiare denaro, in tempo reale e con la sicurezza e trasparenza di una blockchain sviluppata da Facebook. Certamente un bel passo avanti, ma, quanti sarebbero disposti ad accettare pagamenti nella vita reale? Siamo sicuri che il paninaro accetterà FaceCoin invece che euro?

Io non credo, come non credo che Bitcoin riuscirà in questo intento (perlomeno non nel breve periodo). D’altronde anche Facebook ci ha provato già alcune volte ad entrare nel mondo dei pagamenti, con scarsi risultati, come il progetto di Messenger Payments che prometteva di poter effettuare pagamenti p2p direttamente dal proprio account.

In realtà quello dei pagamenti è un settore molto efficiente, con i circuiti di carte di credito che muovono milioni di transazioni al secondo, le valute di corso legale che sono accettate incondizionatamente nelle compravendite ed anche le applicazioni specializzate in pagamenti digitali. Insomma, c’è poco da inventare.

La verità è che invece FaceCoin potrebbe diventare una grande alternativa ai sistemi di trasferimento di valuta e permettere a miliardi di persone di scambiarsi una valuta, potenzialmente, più stabile della propria perché legata alle principali valute internazionali e quindi di combattere anche l’inflazione.

In questo modo Facebook entrerebbe pesantemente nel sistema finanziario e non dalla porta secondaria, ma direttamente da quella principale, ovvero entrando nella politica monetaria dei paesi. L’influenza che genererebbe, con un potenziale di utenti così ampio dal primo giorno, porterebbe a delle evoluzioni difficili da prevedere.

Matteo Masserdotti

Gli eSport: quando lo sport perde la realtà (ma non i vizi)

Duas tantum res anxius optat panem et circenses”.

Così Decimo Giunio Giovenale sintetizzava la formula magica per allietare e incantare il popolo dell’antica Roma: pane e giochi circensi. A distanza di quasi 1900 anni, le parole del poeta satirico si rivelano quantomai attuali, sebbene il cristianesimo e gli editti degli imperatori romani abbiano progressivamente condotto all’abolizione dei “munera sine missione”, ossia dei combattimenti all’ultimo sangue tra gladiatori.

Ma non disperate: qualora non riusciate a contenere i vostri istinti ferini, o vogliate vivere la fibrillazione tipica di chi assiste agli spietati “hunger games” dell’omonimo romanzo di Suzanne Collins, recatevi alla Qudos Bank Arena di Sydney il prossimo 3 maggio. Da chilometri di distanza potrete notare una folla di migliaia di persone che si raduna trepidante nei pressi di quello che potremmo definire un “anfiteatro” moderno, con proiettori da stadio ed enormi cartelloni pubblicitari. Al suo interno, valorosi combattenti si sfideranno a colpi di arti marziali, interi eserciti si daranno battaglia e la Juve vincerà (finalmente) la sua prima Champions League. Molti sfidanti non vedranno più la via del ritorno e Cristiano Ronaldo potrebbe essere lasciato in panchina a beneficio di Rodrigo Bentancur, ma tutto questo poco importa a grandi marchi come IntelCoca-ColaRed Bull, e Mastercard, che intendono accaparrarsi una fetta dei profitti derivanti da pubblicità e sponsorizzazioni legate al grande evento.

Con grande lungimiranza, le multinazionali testé menzionate hanno infatti capito che, con l’ausilio di piattaforme web (Twitch e Youtube, tra le altre) ed emittenti televisive (su tutte, ESPN), è possibile catturare l’attenzione di almeno 200 milioni di ragazzi di età compresa tra i 21 e i 35 anni, sempre più difficili da intercettare attraverso i classici canali di comunicazione. Si tratta di giovani lavoratori a tempo pieno, ad alto reddito e disposti a spendere centinaia di euro ogni anno per seguire quegli idoli che, a testa china sullo schermo e con mani tremanti dall’adrenalina, decidono le sorti di tornei e guerre virtuali. Forse non saranno celebri come le star del calcio o del basket, ma Lee “Faker” Sang-Hyeok, Austin “Muma” Wilmot e Francesco “Kuxir97” Cinquemani sono solo alcuni degli atleti che hanno sulle spalle giorni, mesi, anni di allenamento e sacrifici e ciascuno di essi vanta decine di successi internazionali nella propria disciplina di appartenenza, sia essa “League of Legends”, “Overwatch” o “Rocket League”.

Non chiamateli semplicemente videogiochi, bensì “eSport” perché, a dispetto di quanto ne possano pensare i più tradizionalisti, il settore economico-finanziario li ha già riconosciuti come tali, ed è pronto a investire. Non dovrebbe quindi stupire la recente decisione della Cina di mettere a bilancio 280 milioni di dollari per la realizzazione della cosiddetta “Esports Town”, un gigantesco complesso di oltre 17 mila metri quadri situato nella fiorente Hangzhou che includerà hotel, parchi a tema, attività commerciali e “palestre” di allenamento per i team di giocatori professionisti. Non solo Cina: anche il Giappone crede negli “sport del futuro”, e va in tal senso la decisione di istituire un’apposita agenzia governativa che sappia letteralmente addestrare gli atleti del Sol Levante alla scena competitiva videoludica.

Gli “eSport” sono un business da miliardi di euro, con squadre, leghe e tornei molto simili agli sport tradizionali, a tal punto che Paris Saint-GermainMiami Heat, Roma, Manchester City e Dallas Cowboys hanno incorporato al loro interno società di videogiocatori professionisti che consentiranno a tali club di fidelizzare ulteriormente i propri tifosi, sempre più propensi a eleggere gli “eSport” quale attività ludica preferita, sia in qualità di semplici spettatori — con numeri su base annuale clamorosamente superiori a quelli registrati dall’NBA o dalla MLB — sia in veste di atleti disposti a tutto pur di vincere montepremi milionari.

Purtroppo premi così ricchi sono esclusivo appannaggio delle leghe maggiori, alle quali ha accesso solo una ristretta minoranza di videogiocatori che può vantare importanti sponsorizzazioni o disponibilità economiche tali da consentire loro di sostenere una spesa compresa tra i 5 e i 20 milioni per la sottoscrizione di quote associative delle leghe medesime.

La notevole somiglianza tra “eSport” e sport tradizionali è purtroppo ravvisabile anche nelle pratiche meno nobili che hanno da sempre contornato le attività ludiche e che sembrano affliggere anche le più recenti competizioni elettroniche: scommesse e doping.

Giganti del gioco d’azzardo come “Snaitech” (meglio nota semplicemente come “SNAI”), “GG.Bet” e “BetWay” hanno infatti da tempo affiancato “FIFA”, “Dota 2” e “CS:GO” alle partite di calcio, hockey e football americano, nonostante sia nei fatti impossibile garantire che gli algoritmi adibiti alla cosiddetta “RNG” (Random Numbers Generation), non venga controllata da terzi malintenzionati. Poiché dall’“RNG” può dipendere la finalizzazione di un tiro in porta, o l’ottenimento di un equipaggiamento migliore rispetto all’avversario, i “cheater” hanno ben presto sviluppato software in grado di manipolare l’esito delle partite, restando impuniti per l’assenza di un organo di controllo sovranazionale e/o completamente indipendente dagli interessi delle parti, quali la FIFA per il calcio o la NBA per la pallacanestro. Ma non basta: i ricchi flussi di cassa generati dal gioco d’azzardo e la difficile monetizzazione dei successi ottenuti nelle competizioni virtuali hanno convinto alcuni pro-player a truccare le partite di tornei internazionali in cambio di “guadagni facili”: basti citare il caso eclatante che ha visto protagonista Lee “Life” Seung Hyun, giocatore sud-coreano esperto di “Starcraft” che, nell’ambito di una competizione internazionale, ha accettato di perdere due partite al prezzo di 60.000 dollari. Un prezzo più che onesto se si considera che il montepremi complessivo dallo stesso incassato per tutti i successi conseguiti nel corso del 2015 (tra cui ben quattro primi posti) ammontava a “soli” 110.000 dollari.

Come insegnano gli sport tradizionali, il “match-fixing” può esistere solo finché i giocatori delle varie discipline sportive sono “corruttibili” a costi contenuti e che non pregiudichino il profitto dell’attività criminale; truccare una finale di “Champions League”, con campioni dagli stipendi multimilionari, è assolutamente sconveniente, ed è facile quindi capire che per debellare la piaga della corruzione dal mondo degli “eSport” basterebbe consentire ai videogiocatori professionisti di ricevere una minima porzione dei ricchi introiti che le federazioni (o società) videoludiche ricevono non solo per il tramite di sponsor e/o diritti di trasmissione, ma anche, e soprattutto, grazie alla costante dedizione di questi atleti, beniamini delle nuove generazioni. L’“Overwatch League” di recente fondazione sta andando proprio in questa direzione, offrendo 50.000 dollari (oltre bonus) ai propri associati (ma il costo di ingresso alla lega, in termini di tempo, denaro e capacità, non è per tutti).

Da più parti si sostiene che un piccolo aiuto potrebbe giungere dall’implementazione della “blockchain” nel settore videoludico, sfruttando così le proprietà del registro distribuito sia per creare una sorta di “gaming portfolio” che metta in luce le abilità dei singoli nelle varie discipline virtuali, sia per generare “utility token” — spendibili in-game o in occasione di eventi organizzati dalle singole piattaforme — che siano un’equa “remunerazione” per i ricavi che gli stessi “gamer” hanno contribuito a creare.

Tuttavia, a modesto parere di chi scrive, il settore videoludico necessita anzitutto di un repentino intervento regolatore, che sappia convogliare sui giusti binari un’incontenibile crescita che, al momento, neppure la “blockchain” saprebbe ottimizzare. Un intervento che ci si auspica occorra quanto prima, per mettere al bando non solo le partite truccate, ma anche l’uso di farmaci intelligenti (meglio noti come “nootropi” o “smart drugs”) capaci di migliorare prestazioni cerebrali e cognitive dei videogiocatori, che sono così in grado di affrontare partite adrenaliniche, o lunghe sessioni di allenamento, senza accusare alcun calo di attenzione. Talvolta gli organizzatori di eventi e le società videoludiche adottano politiche piuttosto blande al riguardo, perché tali sostanze consentono ai giocatori di essere sempre al massimo della forma e di dar vita a tornei pieni di colpi di scena che si rivelano sempre più lucrativi, ma a caro prezzo per gli atleti, che possono soffrire di vertigini, brachicardia e altri problemi cardiaci.

Forse è davvero giunto il momento di riconoscere che gli “eSport” non sono solo “giochi”; solo così potremo infatti maggiormente tutelare migliaia di ragazzi dotati di talento che sognano di diventare atleti di fama mondiale.

eSports is on track to be a $1.5 billion industry by 2020 as it emulates the business models of major league sports, complete with sponsorships, advertising, media rights, ticket sales and merchandise” — Morgan Stanley

Mattia Valdinoci

Blockchain e smart contract: le novità previste dal Decreto Semplificazioni

Per prima tra i paesi europei, l’Italia ha fornito una definizione di “tecnologie basate su registri distribuiti” e di “smart contract”, disegnando nel contempo la disciplina generale degli effetti giuridici connessi all’utilizzo di tali tecnologie.

Il riferimento è all’art. 8-ter del Decreto Semplificazioni (D.L. 14 dicembre 2018, n. 135, convertito in legge con L. 11 febbraio 2019, n. 12).

La normativa, specie se confrontata con l’ inerzia dei precedenti esecutivi sul tema, ha il pregio di porsi all’avanguardia nella regolamentazione della tecnologia blockchain “oltre” gli aspetti prettamente finanziari connessi ai fenomeni delle criptovalute e della tokenizzazione.

La formulazione normativa lascia spazio, tuttavia, ad alcuni dubbi interpretativi, che potranno essere in parte risolti in sede di predisposizione delle linee guida che l’AgID dovrà adottare in conformità a quanto indicato nel medesimo Decreto Semplificazioni.

Tecnologie basate su registri distribuiti

Le “tecnologie basate su registri distribuiti” sono definite come “le tecnologie e i protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche, tali da consentire la registrazione, la convalida, l’aggiornamento e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alterabili e non modificabili”.

La definizione presenta alcuni margini di ambiguità e di incompletezza.

Un primo punto di attenzione riguarda il requisito della non alterabilità e non modificabilità dei dati. Per quanto consta a chi scrive, ciò non è garantito da alcuno dei protocolli attualmente disponibili.

Anche le blockchain pubbliche più conosciute, Bitcoin ed Ethereum, possono essere alteratecon il consenso della maggioranza dei nodi e, perciò, esposte ai cosiddetti attacchi del 51%. L’ambiguità è accentuata dal fatto che, accanto all’inalterabilità e immodificabilità dei dati, la definizione prevede la possibilità di “aggiornamento” dei dati memorizzati nel registro.

Alcuni commentatori hanno espresso, inoltre, dubbi sul significato dell’espressione “registro … architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche”, non essendo noto in cosa consistano i concetti di “basi crittografiche” e di decentralizzazione architetturale del registro.

La definizione, infine, non valorizza gli elementi del protocollo del consenso e dell’incentivo economico, cioè a dire gli elementi centrali e innovativi che contraddistinguono la tecnologia blockchain (intesa come infrastruttura public e permissionless) da semplici database decentralizzati (DLT). Il rischio è di estendere gli effetti giuridici previsti dalla normativa anche a soluzioni private e permissioned, caratterizzate dalla presenza di un “regolatore” centrale e, nella sostanza, non molto diverse da semplici database.

Proprio per quanto concerne gli effetti giuridici, la norma prevede che “la memorizzazione di un documento informatico attraverso l’utilizzo di tecnologie basate su registri distribuiti produce gli effetti giuridici della validazione temporale elettronica di cui all’articolo 41” del Regolamento eIDAS, lasciando all’AgID l’incarico di individuare “entro novanta giorni dalla data in vigore della legge di conversione” del Decreto Semplificazioni “gli standard tecnici che le tecnologie basate su registri distribuiti debbono possedere” al fine della produzione di tali effetti.

La blockchain sarà quindi legalmente idonea a “collegare i dati in forma elettronica a una particolare data e ora, così da provare che questi ultimi esistevano in quel momento”, come da definizione di validazione temporale elettronica di cui all’art. 3, n. 33 del Regolamento eIDAS.

Resta da valutare se anche la memorizzazione in blockchain della sola impronta (hash) del documento informatico (e non del documento informatico in sé) potrà beneficiare degli effetti previsti dalla norma.

La questione presenta importanti risvolti, soprattutto sotto il profilo della data protection: è noto, infatti, che la memorizzazione in blockchain di documenti informatici contenenti dati personali può presentare problematiche sotto diversi profili – tra le quali, ad esempio, l’esercizio da parte dell’interessato del diritto di rettifica e cancellazione, la determinazione di un periodo certo di data retention e i trasferimenti di dati personali extra-UE.

Smart contract

Il Decreto Semplificazioni ha inoltre definito lo smart contract come il “programma per elaboratore che opera su Tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse”.

La definizione presenta elementi di potenziale criticità, specie laddove indica che è la “esecuzione” dello smart contract a vincolare le parti.

È noto che l’efficacia vincolante di un contratto discende dall’accordo delle parti (art. 1326 c.c.) e non dal momento (successivo e potenzialmente inesistente) connesso alla sua esecuzione: e ciò sia che si intenda il concetto “esecuzione” in senso giuridico, come esecuzione della prestazione oggetto del contratto, sia in senso informatico, come atto di eseguire il programma in sé.

Agli smart contract è riconosciuto il requisito della forma scritta “previa identificazione delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’Agenzia per l’Italia Digitale con linee guida da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”.

Si tratta, a ben vedere, di una definizione quantomeno superflua, posto che lo smart contract già costituisce un documento informatico come definito nel Codice dell’Amministrazione Digitale (“documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”) che, ai sensi dell’art. 20, comma 1-bis CAD, “soddisfa il requisito della forma scritta e ha l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del codice civile quando (…) è formato, previa identificazione informatica del suo autore, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’AgID ai sensi dell’articolo 71 con modalità tali da garantire la sicurezza, integrità e immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all’autore”.

Il Decreto Semplificazioni non indica, peraltro, le modalità con le quali lo smart contract possa ottenere, oltra alla forma scritta, lo status di scrittura privata ex art. 2702 c.c.

Lo smart contract formato esclusivamente mediante l’identificazione delle parti interessate attraverso il procedimento che verrà delineato dall’AgID – come previsto dal Decreto Semplificazioni – potrebbe quindi conferire forma scritta allo smart contract, senza farlo rientrare nel novero delle scritture private, con la conseguenza che il relativo valore probatorio dello smart contract sarebbe così “liberamente valutabile in giudizio, in relazione alle caratteristiche di sicurezza, integrità e immodificabilità” (art. 20, comma 1-bis CAD).

In caso di valutazione negativa da parte del giudice, si giungerebbe al risultato paradossale di confinare lo smart contract nell’alveo dei documenti non sottoscritti, che non hanno “valore giuridico formale e non producono, quindi, effetti sostanziali e probatori” (Cass. Civ. Sez. II Ord., 29/11/2018, n. 30948).

Il coordinamento tra le previsioni del Decreto Semplificazioni e la normativa in materia di documenti informatici e firme elettroniche contenuta nel CAD – demandata alla regolamentazione di secondo livello dell’AgID – rappresenta un punto di fondamentale importanza per lo sviluppo della tecnologia blockchain, così come il prezioso lavoro di standardizzazione attualmente in corso da parte di organizzazioni quali CEN/CENELEC e il Comitato ISO/TC 307.

Marco Galli – Licia Garotti

FCA sul comportamento e sul livello di consapevolezza degli investitori inglesi in materia di cypto-assets

Il 7 marzo scorso l’Autorità di Vigilanza inglese (FCA) ha pubblicato due ricerche sulle abitudini degli investitori in crypto-assets.

In particolare, l’FCA ha commissionato due ricerche. La prima si occupa di approfondire i comportamenti e le motivazioni dei consumatori inglesi che hanno assunto la decisione di acquistare crypto-assets, attraverso un’intervista che ha riguardato 31 persone.

Attraverso la seconda ricerca, invece, è stato intervistato un campione nazionale di più di duemila persone a cui sono state sottoposte alcune domande relative al mondo dei crypto-assets.

Queste due ricerche si collocano a valle di un lavoro che l’Autorità di vigilanza inglese ha svolto dopo la pubblicazione nell’ottobre del 2018 del Joint Report predisposto con Bank of England e l’HM Treasury sui crypto-assets.

Nel seguito, si riportano alcuni dei dati più interessanti emersi dalle analisi svolte.

La prima ricerca, prodotta dalla società Revealing Report, ha evidenziato come molti consumatori percepiscano i crypto-assets principalmente come uno strumento per accumulare velocemente ricchezza. Tale convinzione è basata su quanto riportato da altre persone, in particolare mediante i social media. Inoltre, la decisione di acquistare viene individuata da molti nella cd. “fear of missing out” e gli intervistati che hanno assunto decisioni di investimento hanno dichiarato di averlo fatto basandosi sulla propria conoscenza del mercato e del loro istinto.

Una volta assunta la decisione di investire, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di avere ancora nel portafoglio i crypto-assets e solo una piccola parte li aveva venduti in quanto, nonostante le perdite subite, si sono dichiarati fiduciosi che la tecnologia alla base dell’asset avrebbe in futuro rialzato le sue quotazioni. Un ulteriore dato interessante è dato dal fatto che quasi tutti coloro che hanno acquistato questi beni non avevano fin da subito predisposto una strategia di disinvestimento, mentre al contrario quasi tutti gli intervistati che hanno venduto i crypto-assets avevano sin dall’inizio una strategia. In generale, molti intervistati si sono dichiarati più critici nei confronti delle informazioni che avevano utilizzato.

La conclusioni della ricerca sono sostanzialmente che i consumatori che si avvicinano a questo tipo di investimento (i) utilizzano come principale metodo di raccolta delle informazioni i social media e dimostrano una crescente avversione per i canali di informazione tradizionali, (ii) sono alla ricerca di un modo veloce per arricchirsi e molti percepiscono l’investimento come un modo per farlo con il minimo sforzo, (iii) agiscono sulla base di raccomandazioni di alcune fonti quali blog, social media, “influencer” e (iv) hanno acquistato crypto-assets sulla base della convinzione dell’inevitabile crescita di valore del bene detenuto in ragione della crescita dell’utilizzo della tecnologia sottostante.

Il secondo report costituisce una ricerca svolta su un campione di consumatori inglesi ai quali sono state poste determinate domande relative al mondo dei crypto-assets. Il risultato dello studio più interessante è probabilmente quello relativo alla conoscenza del fenomeno, poiché il 73% degli intervistati ha dichiarato di non conoscere nemmeno il significato del termine cryptocurrency. A questo, si deve aggiungere che l’Autorità stima che solo il 3% del campione esaminato abbia acquistato crypto-assets e che solo il 7% di coloro che non lo hanno fatto in passato, valutino tale opzione per il futuro.

La stessa FCA riconosce pertanto che probabilmente il fenomeno è più contenuto di quanto inizialmente si pensasse, ma non per questo ha dichiarato che non si attiverà in futuro per assicurare un elevato livello di tutela anche per coloro che intendono acquistare crypto-assets.

Infatti, l’Autorità, in chiusura del proprio comunicato, ha confermato la massima attenzione sul tema e che adotterà nel breve periodo una consultazione al fine valutare il divieto di vendita di derivati collegati a certi crypto-assets agli investitori retail.

Alberto Prade

Guess What #8: se la password è per sempre

Immaginate di essere i soli a conoscere la password di una delle più importanti piattaforme di exchange di criptovalute del vostro paese. Immaginate (per quanto doloroso) che un giorno passiate a miglior vita portandovi dietro tutti i segreti che avete gelosamente custodito fino a quel momento. Tra quei segreti c’era anche la password per accedere alla exchange, il tesoretto multi milionario di cui andavate piuttosto fieri ma, soprattutto, di cui andavano fieri i vostri investitori.

Beh… la realtà spesso supera l’immaginazione e lo scorso dicembre Gerald Cotten, trentenne leader visionario e fondatore dell’Exchange Quadriga CX è improvvisamente mancato per le complicazioni del morbo di Crohn di cui soffriva da anni.

Quadriga CX era la cassaforte in exchange di un tesoretto che contava un largo circa di 150 milioni di dollari in criptovalute (si andava da Ethereum a Bitcoin, Bitcoin Cash, Bitcoin Gold e Bitcoin SV). E come tutti i tesori che davvero si rispettano l’accesso era volutamente super safe e prevedeva, a protezione maxima, che l’ultimo accesso potesse avvenire solo ed esclusivamente dal computer di Cotten con una password che solo lui conosceva.

La vicenda è rimbalzata su tutte le agenzie di stampa e in molti ne hanno scritto; in realtà al di là della prematura scomparsa di Cotten e del tesoretto che – in assenza di password – si è portato dietro, la vicenda colpisce per le sue tinte fosche.

La morte di Cotten è avvolta dal mistero e da circostanze poco chiare ed è questa la ragione per la quale una serie di miscredenti lo danno invece, più in forma che mai, a godersi da solo il tesoretto mentre gli investitori beffati piangono sui loro compianti depositi in cripto. Insomma da un lato ci auguriamo che il trentenne boss delle cripto stia davvero fantasticando sul suo futuro in qualche isola caraibica che non prevede l’estradizione, ma dall’altro lato, se invece fosse davvero “andato” per sempre, la tentazione di suggerire a chi legge: “sussurrate sempre a vostra moglie o marito, delicatamente, in un orecchio la password” è tanta!

Emanuela Campari Bernacchi

 

 

 

Se la “sofferenza” è in Blockchain soffri meno!

Quante volte vi è capitato di sentir dire “non si può più leggere il giornale, solo sofferenze”? Ed in effetti, perlomeno in Italia, il dato dei c.d. non performing loans parla da sé. Da uno studio di PWC, il 2018 è stato l’anno record delle cessioni di NPL con volumi che hanno raggiunto i 70 miliardi di euro e che hanno comportato un decremento importante sui bilanci delle banche. Il trend dovrebbe continuare anche nel 2019 ed ampliare il proprio raggio d’azione comprendendo anche cessioni multi-originator, consentendo quindi anche alle banche più piccole di cedere le proprie sofferenze insieme a quelle delle “sorelle” del Gruppo in modo da raggiungere un volume “appetibile” per gli investitori.

Non mi intrattengo sulle cause che hanno favorito il montante dei crediti in sofferenza, e nemmeno sulle c.d. variabili bank specific (null’altro che quelle caratteristiche tipiche di una banca come ad esempio la qualità del management che viene misurata attraverso indici di performance, la grandezza in termini di totale dell’attivo, la sua adeguatezza patrimoniale e l’efficienza in termini di costi); vorrei invece esaminare, nell’ambito delle operazioni di dismissione di NPLs, il tema della carenza documentale legata al credito ed ai debitori e come questa si rifletta necessariamente sulla possibilità o meno di effettuare il recupero. I portafogli sono spesso molto datati, le banche che hanno originato i crediti (tramutati poi in sofferenze), sono spesso state a — loro volta — oggetto di faticose operazioni di riorganizzazione societaria o di accorpamento nell’ambito di un diverso Gruppo Bancario.

In questa girandola di alterne vicende societarie, spesso e volentieri, della documentazione sul credito e sul debitore non c’è traccia, o meglio — come dicono gli addetti ai lavori — “non c’è tracciato”! Chi compra fatica a fare due diligence sul portafoglio, chi vende fatica a farla fare.

Tutte inefficienze che limitano fortemente la gestione del credito e la probabilità del suo recupero.

Ma la vera domanda è: che mondo sarebbe quello in cui le banche che concedono il credito potessero avvalersi — fin dal principio — di una tecnologia capace di registrare immutabilmente tutte le informazioni relative alla vita del credito ed al debitore?

Proviamo a fare un esempio: immagiamo uno scenario dove banca e debitore si accordino “digitalmente” sui termini del prestito e diano dichiarazioni e garanzie sull’accuratezza delle informazioni fornite. Il prestito “digitale” verrebbe immesso in un registro distribuito composto da blocchi di transazioni validate e confermate, organizzati in catena sequenziale a cui possono solo essere aggiunti nuovi blocchi attraverso connessioni basate su funzioni crittografiche, in grado di resistere alle manomissioni. Esatto: il prestito verrebbe immesso in Blockchain.

Ma non solo, le informazioni necessarie alla gestione del prestito (rectius credito) verrebbero automaticamente inserite in uno smart contract, sarebbero immutabili e verificabili da chiunque (lascio ai miei amici Licia Garotti e Marco Galli il commento sulla gestione dei dati sensibili), insomma sarebbero, a tutti gli effetti, asservite alla logica “don’t trust, verify” che è la logica dell’open source e del registro distribuito.

Quali benefici? Tanti: (i) la riduzione dei costi di due diligence; (ii) la sostanziale eliminazione del rischio di perdita di informazioni; (iii) l’automatismo nella gestione del credito e nei rapporti con il debitore (nel caso in cui il debitore non dovesse pagare alle scadenze stabilite, lo smart contract attiverebbe immediatamente l’invio di una notice al debitore, se l’inerzia debitoria dovesse persistere, si attiverebbero immediatamente le procedure di recupero del credito).

Questi solo alcuni dei benefici che si avrebbero in fase di origination di un loan(per dirla come chi parla bene) ed alcuni magici effetti sulla vita del credito e del suo recupero. Evidentemente il debitore “cattivo pagatore” fa parte del videogioco e nessun registro distribuito, immutabile e verificabile può trasformare un cattivo pagatore in un buon pagatore, ma la Blockchain può essere uno strumento estremamente utile sia in fase di concessione del credito sia in fase di recupero.

Certo, venendo alla vita di tutti i giorni, perlomeno la mia, non ci sarebbe più spazio per la negoziazione a colpi di “to the best of the assignor’s knowledge”, perché a quel punto, sempre seguendo la logica del “don’t trust, verify” il cessionario dovrebbe solo verificare le informazioni immesse nel sistema ed utili per formulare il prezzo e per gestire il credito.

Forse la Blockchain può davvero rivoluzionare il modo di fare banca, di fare credito e di gestirlo, o forse no ma come dice Woody Allen

“se di tanto in tanto non hai degli insuccessi, è segno che non stai facendo nulla di davvero innovativo”.

Emanuela Campari Bernacchi