Da Dungeons & Dragons a Bitcoin e oltre

Da più di un anno a questa parte il termine Bitcoin è sulla bocca di tutti e le criptovalute continuano ad attrarre moltissima attenzione sotto diversi punti di vista. Ironicamente, la scorsa primavera, in una puntata del suo programma Last Week Tonight, il comico e attore britannico John Oliver definiva le criptovalute così: «Everything you don’t understand about money combined with everything you don’t understand about computers». In effetti, per quanto intuitivamente si possa cogliere la dinamica del reciproco scambio, comprendere a pieno le criptovalute non è cosa facile e comunque non immediata. Rinviando ad altra occasione un’analisi dettagliata dell’impiego della criptografia (da cui il prefisso “cripto”) e al netto delle necessarie semplificazioni, si può scrivere che le criptovalute sono valute virtuali decentralizzate e, pertanto, non soggette al controllo di alcun potere costituito, cioè di un’autorità centrale. Per meglio approfondire cosa significhi “decentralizzate”, si può provare a considerare il tema delle criptovalute dalla prospettiva di dove le valute virtuali sono originariamente comparse, cioè quella dei videogame e dei mondi virtuali. A tal riguardo, un breve sguardo alla loro evoluzione storica può essere certamente d’aiuto.

Anno di svolta per il futuro sviluppo dei videogame è il 1974, in cui viene pubblicata la prima edizione di Dungeons & Dragons, il famoso gioco di ruolo fantasy che ancora intrattiene milioni di giocatori in tutto il mondo. Il modello di base attorno al quale il gioco si sviluppa è estremamente semplice: più giocatori, riuniti attorno ad un tavolo (una piattaforma vera e propria, benché reale) interpretano e conducono diversi personaggi in un mondo fittizio, sotto la guida di un soggetto terzo (il Dungeon Master), che organizza, dirige e controlla tutto lo svolgimento del gioco. In quegli anni, contemporaneamente alla diffusione di D&D, l’industria dell’IT procede a ritmi incalzanti e intuisce che, sostituendo al Dungeon Master un computer che riesca ad elaborare e coordinare l’azione di uno (o più personaggi), è possibile trasformare il mondo fittizio narrativamente evocato intorno ad un tavolo in un mondo virtuale. Detto, fatto. Così, negli anni successivi i videogame di ruolo si sviluppano in modo esponenziale anche, se non soprattutto, per via della sempre maggiore diffusione di personal computer e della creazione dei primi computer network, che, anticipando Internet, permettono a più utenti di connettersi contemporaneamente ad un unico computer centrale (c.d. server) e giocare gli uni con (o contro) gli altri. Esplorare e dirigersi nel mondo virtuale permette di incontrare e sconfiggere avversari, appropriarsi del loro bottino o guadagnare punti necessari per accedere al livello successivo e vivere esperienze sempre più entusiasmanti. Ai videogame di ruolo l’industria affianca ben presto videogame multi-player e social, in cui più giocatori possono, come nella vita reale, comunicare, interagire, collaborare o competere tra di loro per la realizzazione di qualcosa o il raggiungimento di certi obiettivi. Proprio come nella vita reale, tutto ha un costo e così vengono introdotte valute virtuali mediante cui scambiare “beni e servizi” all’interno dei videogame. Con il World Wide Web e i progressi delle grafiche informatiche vengono sviluppati videogame sempre più coinvolgenti e complessi in cui perfino migliaia di utenti, connessi al medesimo server, giocano on-line.

Molto spesso, in questi contesti di intrattenimento di massa, le peculiarità proprie dei videogame di ruolo e dei videogame social si confondono le une con le altre secondo diverse sfumature, facendo potentemente emergere la domanda di ogni oggetto virtuale — valute in primis — che acceleri l’accesso a nuove e più avvincenti esperienze di gioco. La presenza di nuovi intermediari on-line facilita il formarsi di veri e propri mercati secondari di beni virtuali, in cui gli utenti compravendono quanto guadagnato nel mondo virtuale verso valuta avente corso legale (c.d. fiat), per poi rincontrarsi all’interno della piattaforma di gioco e adempiere l’obbligo di “consegna”. Così, col crescere di questi mercati iniziano anche i problemi legali. Eh sì, perché, eccetto il pagamento, tutto ciò viene “contabilizzato” mediante registrazioni sui database server, direttamente controllati dalle società sviluppatrici dei videogame. In particolare, queste lamentano la violazione da parte dell’utenza finale dei contratti di licenza conclusi e invocano i propri diritti di proprietà intellettuale su tutti i beni — valute in primis, ancora una volta — appartenenti ai mondi virtuali da esse disegnati, col fine specifico di impedire queste compravendite. Ciò, d’altronde, si giustifica anche in ragione del fatto che il sistematico accumulo di valute virtuali con l’esclusivo fine della loro rivendita genera esternalità negative all’interno del mondo virtuale, compromettendo l’esperienza d’intrattenimento degli utenti che non partecipano ai mercati secondari. In molti casi si procede anche al blocco degli account a cui queste compravendite vengono ricondotte e gli utenti inadempienti vengono espulsi dalle piattaforme di gioco.

A seguito dell’invenzione di Bitcoin questo stato delle cose può subire alcuni importanti cambiamenti. Bitcoin, infatti, introduce la possibilità di registrare il mutamento di titolarità delle valute virtuali non su un database server, bensì su un database pubblico, decentralizzato e distribuito tra più nodi di rete, comunemente detto blockchain. In quanto pubblico, decentralizzato e distribuito non è più possibile vantare una pretesa proprietaria su questo database e, di conseguenza, la correlata valuta virtuale non appartiene più ad un unico soggetto, bensì a tutti coloro che di essa ne sono in possesso. Così, le istanze libertarie che fondano il protocollo Bitcoin aprono alla possibilità di creare nuovi mondi virtuali in cui i partecipanti possono scambiarsi valute virtuali affrancate dai diritti di proprietà intellettuale delle relative società sviluppatrici. Di conseguenza, non solo viene ad essere facilitata l’opportunità di realizzare guadagni dalle proprie abilità di gioco (rendendo, peraltro, ancora più evanescente il già labile confine tra reale e realtà virtuale); si aprono anche ulteriori occasioni di innovazione e sviluppo per l’intera industria dei videogame. Come sempre, è chi sa coglierle che detta il nuovo passo. E forse qualcuno ha già cominciato. Infatti, nel 2007 Jeffrey Steefel (un importante produttore di videogame) dichiarò che gli esperti del settore prevedevano che tra i successivi due o cinque anni sarebbe accaduto qualcosa in grado di cambiare l’intero modello di business allora corrente. Nel blocco d’avvio della blockchain di Bitcoin si può leggere così: «The Times 03/Jan/2009 Chancellor on brink of second bailout for banks». Che Mr. Steefel si riferisse all’imminente crypto-revolution non si può essere sicuri. A considerare le date, tuttavia, la previsione degli esperti era, di certo, corretta.

Federico Panisi

Proposta di Regolamento sul crowdfunding e ICO: cosa dovete assolutamente sapere

Si è molto discusso, nelle ultime settimane, della proposta di Regolamento europeo sul crowdfunding e, in particolare, delle modifiche apportate dal Parlamento al testo proposto della Commissione lo scorso 8 marzo.

La proposta di Regolamento intende facilitare l’accesso a forme di finanziamento non bancarie per le imprese che, per ragioni strutturali o a causa delle condizioni di mercato, faticano a finanziarsi tramite i canali bancari tradizionali. Le imprese innovative, le start-up e le società non quotate si troverebbero a disporre di un efficace strumento di finanziamento alternativo, erogato mediante piattaforme di crowdfunding autorizzate e “certificate” a livello europeo e soggette a vigilanza.

L’aspetto di maggiore interesse del testo adottato dal Parlamento riguarda, inoltre, l’introduzione di un primo tentativo di regolamentazione (parziale) delle initial coin offering (ICO), con la previsione della possibilità, per le piattaforme di crowdfunding, di gestire campagne di finanziamento di progetti basati su blockchain attraverso emissione di token.

Siete interessati a lanciare una piattaforma o una campagna di crowdfunding a livello europeo? Avete un progetto basato su blockchain e le valli svizzere non vi attraggono particolarmente?

Ecco cosa dovete assolutamente sapere.

La proposta di Regolamento non riguarda tutte le tipologie di crowdfunding (e di ICO)

Ove definitivamente approvato, il Regolamento non disciplinerebbe tutte e indistintamente le possibili tipologie di crowdfunding, restando espressamente esclusi modelli basati su forme di ricompensa per i finanziatori (cd. reward-based crowdfunding) o su forme di donazione (cd. donation-based crowdfunding).

Resterebbe inoltre esclusa, per espressa previsione normativa, la prestazione di servizi di crowdfunding a favore dei consumatori e, di conseguenza, i prestiti peer-to-peer a favore di soggetti diversi dalle imprese.

Il Regolamento si applicherebbe, invece, alle tipologie di crowdfunding basate:

(a) sull’investimento (cd. equity-based crowdfunding), attraverso il quale gli investitori diventano a tutti gli effetti soci dell’impresa finanziata, mediante l’acquisto di valori mobiliari quali, tipicamente, azioni o titoli equivalenti, e

(b) sul prestito alle imprese (cd. business lending-based crowdfunding), tramite la quale gli investitori possono finanziare un progetto o un’impresa mediante concessione di prestiti, a fronte di un interesse ulteriore rispetto al capitale prestato.

Discorso analogo vale anche per le ICO condotte attraverso piattaforme di crowdfunding, restando espressamente escluse dal relativo ambito di applicazione le ICO con emissione di token che non conferiscono un diritto nei confronti di una controparte (sia essa la stessa emittente o un terzo) quali, tipicamente i token di criptovalute “native”, che costituiscono unità di valore utilizzabili per acquistare beni e servizi da soggetti diversi.

Le disposizioni del Regolamento si applicherebbero, invece, alle emissioni di token che conferiscono diritti nei confronti di una controparte, quali gli utility token, gli equity token e i security token.

Adempimenti light, ma attenzione ai limiti

La tipica agevolazione connessa alle operazioni di crowdfunding riguarda l’esenzione dagli adempimenti normativamente previsti per l’emissione di strumenti finanziari e, in particolare, dell’obbligo di pubblicazione del prospetto e della valutazione di adeguatezza per l’investitore.

Ciò non significa, tuttavia, che le imprese e i gestori delle piattaforme siano esentati da qualsiasi adempimento a tutela degli investitori: la proposta di Regolamento impone, infatti, pervasivi obblighi di trasparenza e di verifica delle conoscenze in campo finanziario dell’investitore e di simulazione della capacità di questi ultimi di sostenere delle perdite.

Il tutto, chiaramente, nei limiti di importo massimo per operazione di crowdfunding, innalzata dal Parlamento a 8.000.000 di Euro per offerta in un periodo di 12 mesi. Si tratta, peraltro, del valore massimo fino al quale gli Stati membri possono esentare le offerte di titoli al pubblico dall’obbligo di pubblicazione di un prospetto ai sensi del Regolamento (UE) 2017/1129.

Infine, sono da tenere in debita considerazione da parte dei gestori delle piattaforme di crowdfunding le previsioni in materia di prevenzione dei conflitti di interesse, outsourcing di funzioni operative e comunicazioni di marketing agli investitori.

Tra autorizzazione europea e regimi nazionali

Chi volesse essere autorizzato a prestare servizi di crowdfunding ai sensi del Regolamento dovrà presentare domanda all’Autorità nazionale competente nello Stato membro (e non all’ESMA, come previsto nella proposta originaria della Commissione), dimostrare l’aderenza ai requisiti previsti e sottoporsi a vigilanza da parte della medesima Autorità.

Ma cosa accade agli operatori già autorizzati all’esercizio di attività di crowdfunding ai sensi delle normative nazionali? La proposta di Regolamento adotta, sul punto, un sistema di “doppio binario”, escludendo espressamente dal proprio ambito applicativo i prestatori che “operano in conformità al diritto nazionale di uno Stato membro”.

I gestori di piattaforme di crowdfunding autorizzati ad operare ai sensi delle normative nazionali potranno quindi decidere di richiedere l’autorizzazione ad operare (anche) a livello europeo sulla base del Regolamento, oppure continuare ad operare a livello puramente nazionale in conformità alla normativa locale.

What’s next?

Il Regolamento sul crowdfunding è ancora alla fase di proposta adottata con emendamenti in prima lettura dal Parlamento europeo.

La proposta dovrà quindi ora essere valutata dal Consiglio, che potrà confermare la posizione del Parlamento e, di conseguenza, adottare definitivamente il Regolamento, oppure modificare la posizione del Parlamento, ritrasmettendo la proposta a quest’ultimo per una seconda lettura.

Tech Mood continuerà a monitorare la situazione e a fornirvi tutti gli aggiornamenti.

Stay tuned!

Marco Galli

La Finanza diventa Alternativa e torna alle origini

Le prime attività di mediazione creditizia (se così le possiamo definire visto le modalità attraverso le quali venivano svolte) risalgono ai tempi dei Greci e dei Babilonesi, quando i templi erano utilizzati per salvaguardare i tesori ed i sacerdoti effettuavano prestiti ai fedeli utilizzando le donazioni di altri fedeli.

Peer-to-peer, si direbbe oggi

Possiamo sicuramente affermare che il momento in cui nei popoli antichi è stata introdotta una politica monetaria, ovvero il momento in cui gli Stati hanno iniziato a coniare una valuta per facilitare lo scambio di beni e servizi, è iniziata anche l’attività di prestito del denaro.

Nel corso degli anni, dal Medioevo al Risorgimento, l’attività finanziaria inizialmente svolta da commercianti e sacerdoti, si è accentrata sempre di più in società che oggi conosciamo con il nome di Banche (che devono il loro nome ai banchi degli antichi romani dove nacquero).

Le principali famiglie europee dell’epoca, che si occupavano di business tradizionali (quali il commercio e il latifondismo) hanno creato o acquisito quelle che sono diventate poi le maggiori Banche del nostro continente e successivamente anche in America. Queste famiglie hanno nomi come: Grimaldi, Doria, Rotschild, Rockfeller, Lazard, Morgan.

Una cosa ha accomunato tutti nel corso del tempo, dai Monti di Pegno del Medioevo alle Banche del Risorgimento, seppur con modi e caratteristiche diverse: il legame con l’Economia Reale.

Il fatto che il servizio, quello di prestare finanza, fosse offerto allo scopo di creare valore nell’Economia Reale

L’evoluzione della Finanza Moderna

Tutta un’altra storia, quella della Finanza Moderna, ovvero l’evoluzione del settore finanziario dalla Rivoluzione Industriale ad oggi.

La base di partenza è a dire il vero molto simile: l’esigenza di maggiori capitali a disposizione della crescita del settore industriale, ovvero dell’economia reale. Una necessità che poteva essere soddisfatta solo con l’accesso ai mercati dei capitali privati da parte delle Banche, che da organizzazioni a gestione famigliare divennero così degli Istituti Finanziari quotati nelle maggiori Borse finanziarie internazionali.

L’eccessivo entusiasmo nella raccolta di capitali sul mercato da parte delle Banche, portò a quella che può essere classificata come la prima importante Crisi Finanziaria, quella del 1929.

Seppure con qualche acciacco, gli Istituti Finanziari si riprendono e nel corso degli anni a venire aumentano la loro presenza e le loro attività, inglobando servizi finanziari e diversificando. Così nascono le grandi banche d’affari, che non si occupano più solo di prestare denaro, ma soprattutto di operare sui mercati finanziari, attività ben più redditizia.

La globalizzazione ed il facile ricorso all’indebitamento da parte degli Stati attraverso la stampa di nuova valuta a cambio di obbligazioni sottoscritte dalle stesse Banche, compiono il resto.

Nel giro di meno di 100 anni la finanza mondiale è gestita da pochi Istituti che influenzano oggi le decisioni politiche ed economiche degli Stati. I nomi li conosciamo: Goldman Sachs, JP Morgan (sì proprio quel Morgan di qualche riga più sopra), Lehman Brothers, etc

Una nuova opportunità: la nascita della Finanza Alternativa

Come capita spesso nella storia, facciamo lunghi corsi e ricorsi, che ci portano di nuovo, inevitabilmente, al punto di partenza. Le persone.

I fatti che hanno scatenato la Crisi del 2008 li conosciamo tutti (perfettamente descritti da Emanuela e gioacchino in questo bellissimo post). Non c’è scampo, tutto cambia, per tornare inevitabilmente al suo stato originale. E allora succede che una delle principali banche d’affari mondiali dichiara bancarotta, le altre vengono contagiate ma salvate grazie all’intervento degli Stati, che hanno arginato (o forse solo rinviato?) il possibile cataclisma.

E proprio dal connubio tra questa, ennesima, Crisi Finanziaria (parola che, solo dal 1929 ad oggi, si è manifestata in 16 eventi a livello globale) e la Digitalizzazione (resa possibile dall’evoluzione di un insieme di fattori tecnologici esponenziali senza precedenti — ma questa è un’altra storia) è nata la Finanza Alternativa. Si torna alle origini, alle Persone.

Perché grazie alla tecnologia ed alla digitalizzazione ora è di nuovo possibile realizzare quello che i sacerdoti Babilonesi per primi sperimentarono. Il Peer-to-Peer, la finanza tra Persone.

Oggi è possibile in pochi click e direttamente dal proprio smartphone o PC, decidere di finanziare qualcuno, o un’azienda, dall’altra parte del mondo o, come più spesso avviene, del Paese.

Esistono piattaforme e applicazioni che consentono di accedere in tempi brevissimi, anche nel giro di 24 ore, a finanziamenti che spesso sono impossibili da ottenere dalle tradizionali Istituzioni Finanziarie. Ormai loro non se ne occupano più, spesso non possono farlo.

E così, nel mondo, il mercato della Finanza Alternativa, che nel 2010 praticamente non esisteva, oggi vale oltre $ 300 Bilion ed è costitutito da migliaia di aziende (startup) che crescono a ritmi vertiginosi ed hanno nomi che accompagnano la loro crescita globale: Lending Club, Crowdcube, Seedrs.

E sì, anche in Italia esistono aziende che si sono specializzate in questo.

Aziende che sono riuscite ad avvicinare di nuovo la finanza all’economia reale, che consentono alle persone di finanziare altre persone.

Hanno nomi che ogni tanto si sentono sui giornali, ma che ancora si stanno ritagliando un loro spazio nel mercato, perché dopotutto in Italia siamo sempre legati alle tradizioni, anche quelle meno buone.

Così Credimi, Soisy, Prestiamoci e la nostra 200Crowd, insieme a tante altre startup, tutti i giorni lavorano duramente per offrire una nuova Finanza, più allargata, partecipata ed inclusiva di come sia mai stata…una finanza davvero Alternativa

Matteo Masserdotti

FlashTechMood #2: il Garante francese sul rapporto tra GDPR e blockchain

L’Autorità Garante francese (CNIL) ha pubblicato sul proprio sito un report relativo alla compliance con il GDPR di tecnologie basate su protocolli blockchain.

Il rapporto tra data protection e blockchain presenta profili di evidente conflittualità (ne ho parlato qualche tempo fa su barelylegal.tech), che tuttavia possono (e devono) essere gestiti per evitare di incorrere in sanzioni particolarmente gravose.

Seguiranno su Tech Mood per tutti gli approfondimenti del caso.

Marco Galli

10 anni dopo: se Lehman avesse avuto la blockchain

Se fosse un film la prima scena sarebbe quella dei bankers che lasciano la hall di un grattacielo a Time Square con gli scatoloni in braccio. Ma non solo, a corollario, la regia inquadrerebbe Dick Fuld, CEO di Lehman Brothers, mentre in silenzio non ha una risposta alle domande del congressman Henry Waxman, che gli chiede spiegazioni sui suoi bonus da capogiro proprio nell’anno in cui la sua banca ha dichiarato la bancarotta.

La verità è che tutto questo non è un film ma il racconto di una crisi che presto avrebbe — con un effetto domino durato quasi un decennio — cambiato, in peggio, lo stile di vita della popolazione di classe media e medio-bassa dell’occidente. Il crollo di Lehman Brothers è stato uno shock sistemico, con un carico emotivo pari a quello generato dagli avvenimenti contemporanei più rilevanti. Purtroppo, appunto, non era un film e non c’era nessuno dietro quella cinepresa.

Ma la storia ci insegna che le grandi catastrofi umane e finanziarie portano con sé quasi sempre qualche cosa di nuovo. A distanza di pochissime settimane e come alternativa ad un mondo incentrato sulle banche, venerdì 31 ottobre 2008, in maniera sorprendentemente ravvicinata al fallimento Lehman (15 settembre 2008), Satoshi Nakamoto invia a una mailing list di crittografi il paper “Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System”. Erano passati solo 46 giorni dalla catastrofe Lehman.

In sequenza, il 3 gennaio 2009 (a 110 giorni dal filing del Chapter 11 della Lehman), la blockchain di bitcoin emette il primo dei sui “battiti”, con Nakamoto che mina il c.d. Blocco di Genesi n. 0 (blocco n. 0). Per rimarcare forse anche il fine, oltre che la genesi tecnologica del nuovo protocollo, la prima transazione effettuata da Nakamoto si accompagna al titolo di un articolo che compariva all’ora sul Times: “Chancellor on brink of second bailout for banks” (l’articolo si riferiva al Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito Alistair MacLean Darling che ipotizzava un secondo salvataggio delle banche anglosassoni).

Il resto della storia lo stiamo già vivendo: con l’ultima puntata in cui Mario Draghi indica lo stop del quantitave easing a fine 2018, mentre un Bitcoin quota [6,480] USD alla data in cui si scrive.

Ma cosa sarebbe successo se questa tecnologia fosse stata a servizio delle banche, e soprattutto delle autorità di vigilanza, prima del settembre 2008? Avremmo potuto evitare le concessioni wild di mutui subprime e quindi le successive cartolarizzazioni? E i premi richiesti sulle coperture assicurative in CDSs scambiati tra banche e insurance companies avrebbero avuto maggiore aderenza al rischio che doveva essere mitigato?

Proviamo a ragionarci.

Una blockchain che avesse permesso visibilità pubblica (o — senza esagerare — perlomeno privata, ma ampiamente condivisa tra “addetti ai lavori” e autorità) avrebbe indicato in tempo reale (di 10 minuti in 10 minuti se ci basiamo sulle attuali regole della blockchain bitcoin) quanti CMBSs e RMBSs aveva in portafoglio ogni banca, assicurando la verifica delle reciproche esposizioni interbancarie in modo efficace e continuativo.

Questo a livello di strumenti finanziari, ma cosa a livello di singolo mutuo su singolo immobile?

Una blockchain “dei registri immobiliari” che avesse monitorato i trasferimenti delle proprietà immobiliari nationwide avrebbe sicuramente evidenziato, anche con le relative differenze a livello geografico, che il numero di scambi di immobili diminuiva e che, allo stesso tempo, gli acquirenti di molti di questi scambi erano banche che stavano pignorando gli immobili posti a garanzia del relativo mutuo. Insomma, tutte informazioni aggiornate in tempo reale da poter comunicare ad analisti e quants che intanto in quel di Canary Wharf e Wall Street stavano “impacchettando” i crediti da rimborso dei mutui per operazioni di cartolarizzazione con cui inondare il mercato.

L’utilizzo di una blockchain come strumento “sentinella”, avrebbe acceso il faro sulla graduale ma inesorabile riduzione dei volumi degli scambi di immobili consentendo alla comunità finanziario/speculativa non solo di avere una fotografia reale di quanto stava accadendo ma — almeno in teoria — anche di iniziare un processo di write off graduale sul valore degli asset immobiliari a garanzia, con contestuale revisione al rialzo del necessario collaterale e — in ultima analisi — con una maggiore attenzione nella concessione del credito e nella strutturazione di operazioni di cartolarizzazione.

Da ultimo, gli analisti di Fitch, S&P e Moody’s (all’epoca queste erano le agenzie di rating di riferimento) così come quelli di AIG avrebbero avuto un ottimo alleato tecnologico.

Questo in teoria, in pratica riesce difficile pensare che le banche concedano pubblica visibilità ai loro affari. Perché alla fine si torna sempre alla volontà politica di percorrere o non percorrere una determinata strada. E quindi — forse — la vera domanda, dalla risposta scontata, dovrebbe essere un’altra: ma se Lehman avesse avuto la blockchain, l’avrebbe usata?

Mettendo da parte i se e i ma, quello che emerge è che tutta la regolamentazione finanziaria “nata” dallo shock sistemico Lehman potrebbe incredibilmente avvantaggiarsi dell’operatività di un sistema IT come la blockchain.

Siamo davvero convinti che sia più sicuro un attento (?) monitoraggio da parte di una autorità centrale (o –meglio — più autorità centrali di diverse giurisdizioni e competenze, che spesso non si parlano tra loro per ragioni, a volte, anche di mero “campanilismo”) rispetto a un database globale che permette a più soggetti l’analisi dei dati di reporting su un unico registro condiviso?

E ancora. Oggi chi controlla il controllore? Chi può giurare sul fatto che il controllore abbia sempre le competenze necessarie per leggere e valutare i dati che riceve? Chi è pronto a giurare che nessun opaco connubio possa insinuarsi nel rapporto tra vigilato e vigilante?

Una cosa è certa: la blockchain avrebbe sicuramente aiutato a comprendere cosa stava succedendo. Se ne sta già facendo uso in moltissimi settori e non si vede per quale ragione proprio quello della regolamentazione finanziaria debba chiamarsi fuori da questa tecnologia.

E allora forse la vera domanda su cui ragionare è un’altra.

10 anni dopo: cosa sarebbe successo se il moral hazard avesse potuto contare sulla blockchain?

Emanuela Campari Bernacchi e Gioacchino Rinaldi

FlashTechMood #1: (Anche) l’Italia aderisce alla Blockchain Partnership Initiative europea

Il 10 aprile scorso 22 Paesi hanno sottoscritto a Bruxelles la Dichiarazione per la creazione di una partnership europea per la tecnologia blockchain (European Blockchain Partnership — EBP). Della mancata partecipazione italiana ci eravamo rammaricati in occasione dell’Intellectual Property Meeting sulla blockchain dello scorso 19 aprile.

Ma il 27 settembre anche l’Italia ha aderito. Scopo dell’EPB è la cooperazione nella creazione di una infrastruttura di servizi blockchain (European Blockchain Services Infrastructure — EBSI) per supportare la fornitura di servizi pubblici digitali cross border, caratterizzati da elevati standard di sicurezza e privacy. E noi seguiremo il tutto da vicino … non cambiate canale!

Licia Garotti

Guess What #1: Non è tutto oro quello che luccica (anche se in Blockchain)

Il finanziere Coreano Choi Yong Seuk ha raccolto decine di milioni di dollari per una start-up finanziata in Bitcoin. La start-up aveva come scopo quello di ritrovare un forziere custodito nella nave Dimitri Domskoj, affondata nel Mar Giallo, con un bottino di circa 130 milioni di dollari in lingotti d’oro.

Per finanziare la caccia al tesoro marina il finanziere dopo una ICO, ha piazzato i token a una serie di investitori. Presto svelato sia il trucco sia l’inganno.

Il finanziere è stato fermato dalle autorità, ed a questo punto possiamo dire che non è tutto oro quello che luccica….anche se in blockchain!

Emanuela Campari Bernacchi